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  • Mercato del succo d’arancia: consumi globali in calo del 40% in dieci anni

    Mercato del succo d’arancia: consumi globali in calo del 40% in dieci anni

    Le previsioni per la stagione 2026-27 confermano una fase di profonda difficoltà per il mercato globale del succo d’arancia, caratterizzata da una costante contrazione della domanda che non mostra segnali di ripresa. Nonostante il costo industriale del succo concentrato congelato e di quello non da concentrato sia in flessione dall’inizio del 2025, i prezzi al dettaglio per il consumatore finale nei mercati chiave restano vicini ai massimi storici. Questo divario grava sensibilmente sui consumi, in un contesto macroeconomico segnato dall’inflazione energetica e alimentare che spinge gli acquirenti verso prodotti più economici o alla rinuncia delle categorie di prezzo più elevate.

    A complicare lo scenario contribuisce il progressivo accumulo di scorte, previsto in crescita sia per la fine del ciclo 2025-26 che per il successivo biennio, un fattore che rischia di ostacolare una ripresa sostenuta dei prezzi all’origine nel breve termine. La persistenza di listini elevati al consumo nell’ultimo anno suggerisce che i rivenditori e gli imbottigliatori, specialmente in Nord America e in Europa, stiano privilegiando la difesa dei margini per litro rispetto al volume totale delle vendite. Negli Stati Uniti, ad esempio, il prezzo medio al dettaglio è salito costantemente dai 2,50 dollari al litro del biennio 2023-24 fino ai circa 3,10 dollari registrati nel 2025-26. Al contrario, sullo scenario finanziario di New York i prezzi dei futures hanno subito un crollo verticale nello stesso arco temporale, scendendo da circa 4 dollari a 1,90 dollari alla libbra.

    La conseguenza diretta di questo squilibrio è una progressiva erosione dei volumi di vendita nei principali paesi importatori. Per il periodo 2026-2027 si stima un ulteriore calo della domanda globale del 3% rispetto all’anno precedente, assestandosi a poco più di 1,04 milioni di tonnellate. Si tratta di un dato storico emblematico, che evidenzia una contrazione complessiva dei consumi mondiali pari al 40% nell’ultimo decennio. Un debole segnale di inversione di tendenza è emerso di recente con una prima flessione mensile dei prezzi al dettaglio statunitensi, calati dell’1,8%, segnale che la grande distribuzione potrebbe iniziare a reagire alla perdita di volumi; tuttavia, la forte concentrazione della rete distributiva in Europa e negli Stati Uniti rende complessa e lenta la trasmissione dei ribassi d’origine sul prezzo finale.

    Questa congiuntura si riflette pesantemente sull’anello iniziale della filiera, ovvero la produzione agricola. I prezzi attuali della materia prima risentono dell’ampia disponibilità di magazzino prevista per la stagione 2026-2027. Sulla piazza di San Paolo, in Brasile, principale area di coltivazione mondiale, i prezzi spot delle arance sono scivolati sotto la soglia dei 6 dollari a cassa, segnando un drastico ridimensionamento rispetto ai picchi di 20 dollari toccati durante il 2024. Ai livelli attuali, le remunerazioni per i coltivatori sono scese al di sotto dei costi vivi di produzione, aprendo una crisi di sostenibilità economica per molte aziende agricole.

  • Allarme agrumi: primo focolaio di greening isolato nel Rio Grande do Sul

    Allarme agrumi: primo focolaio di greening isolato nel Rio Grande do Sul

    Il Ministero dell’Agricoltura ha confermato i primi casi di Huanglongbing, la grave malattia nota come greening degli agrumi, nello Stato del Rio Grande do Sul. Il rilevamento è avvenuto in un frutteto privato nel comune di Palmitinho, nei pressi del confine con Santa Catarina, all’interno di una proprietà che ospitava circa venti piantine. La conferma ufficiale, giunta l’8 giugno dopo le analisi di laboratorio, ha fatto scattare immediatamente i protocolli fitosanitari previsti dal piano nazionale per il controllo e la prevenzione della malattia, attivando una task force governativa per arginare il focolaio.

    Considerata la patologia più distruttiva per l’agrumicoltura a livello globale, il greening colpisce tutte le specie di agrumi e non ha cura. Pur non rappresentando alcun rischio per la salute umana, l’infezione provoca la deformazione dei frutti, la perdita di qualità e una drastica riduzione della produttività, fino a condurre alla morte della pianta e a causare ingenti danni economici al settore. L’ipotesi principale avanzata dalle autorità sanitarie attribuisce l’introduzione della malattia nello Stato all’acquisto di piantine irregolari e già contaminate, motivo per cui gli organismi di difesa vegetale raccomandano fermamente a produttori e consumatori l’uso esclusivo di materiale floro-vivaistico certificato e tracciabile.

    Gli interventi di contenimento si sono concentrati inizialmente in un raggio di cinquecento metri dall’epicentro, portando all’individuazione e all’eradicazione di circa sessanta piante sintomatiche in ventisei proprietà diverse. Le operazioni si stanno ora estendendo a un raggio di oltre due chilometri, coinvolgendo circa duecentotrenta aziende agricole. Le azioni sul campo prevedono non solo l’abbattimento degli alberi infetti, ma anche il monitoraggio e il controllo rigoroso della psilla, l’insetto vettore responsabile della trasmissione del batterio. Questa scoperta arriva dopo anni di sorveglianza preventiva, durante i quali sono state monitorate migliaia di trappole in decine di comuni.

    L’allerta per la tutela del patrimonio agrumicolo resta alta anche in altre aree produttive del Paese. Nello Stato di San Paolo, la Direzione di Difesa Agricola ha fissato al 15 luglio 2026 il termine ultimo per la presentazione dei rapporti trimestrali obbligatori sul cancro degli agrumi e sul greening. I produttori locali dovranno inserire i dati reali delle ispezioni condotte nella prima metà dell’anno all’interno del sistema informatico di gestione sanitaria. Questa raccolta dati permetterà ai tecnici di mappare con precisione l’incidenza delle malattie, indirizzando in modo efficiente le risorse e le politiche pubbliche di salvaguardia rurale.

  • Crisi agrumi in Brasile: il raccolto di arance crolla del 13% tra El Niño e greening

    Crisi agrumi in Brasile: il raccolto di arance crolla del 13% tra El Niño e greening

    Le previsioni per la stagione agrumicola 2026/27 delineano una netta contrazione per la produzione di arance in Brasile. Secondo il rapporto esecutivo pubblicato da Fundecitrus, il raccolto nella principale area produttiva del Paese, che comprende la fascia agrumicola di San Paolo e il Minas Gerais occidentale e sudoccidentale, si attesterà su 255,2 milioni di casse da 40,8 chili ciascuna. Se i dati venissero confermati, si tratterebbe di un calo del 12,9% rispetto alla stagione precedente.

    L’associazione attribuisce la contrazione a una minore resa per singola pianta e a un incremento della caduta prematura dei frutti, fattori che vanificano l’aumento complessivo del numero di alberi e il maggior peso specifico delle arance. Alla base di questa flessione si collocano le anomalie climatiche, aggravate dall’imminente arrivo del fenomeno meteorologico El Niño, e l’impatto della malattia del greening, che continua a colpire duramente gli agrumeti della regione.

    Il calo della produzione giunge in una fase di debolezza sul fronte della domanda globale di succo d’arancia. I consumi al dettaglio non mostrano ancora segnali di ripresa duratura, risentendo degli alti prezzi registrati nel 2024 che avevano allontanato i consumatori. A livello geopolitico, inoltre, le tensioni in Medio Oriente spingono gli acquirenti a privilegiare i beni di prima necessità rispetto ai prodotti alimentari secondari, portando gli operatori finanziari a monitorare i canali diplomatici internazionali, in particolare tra Stati Uniti e Iran, per valutare possibili riflessi sulla fiducia dei mercati.

    La riduzione del raccolto potrebbe tuttavia favorire un migliore equilibrio tra la domanda e un’offerta rimasta finora eccedente. Attualmente, i produttori brasiliani si trovano sotto pressione per smaltire scorte elevate e generare liquidità. Sul mercato continentale europeo, i prezzi di riferimento Expana per il concentrato di arancia si sono attestati a 2.900 dollari per tonnellata metrica, registrando una flessione del 3% su base mensile e del 36% rispetto al medesimo periodo dello scorso anno.

  • Cacao ecuadoriano: crollano i ricavi in Occidente, ma cresce l’asse con Cina e Russia

    Cacao ecuadoriano: crollano i ricavi in Occidente, ma cresce l’asse con Cina e Russia

    La stabilizzazione dei prezzi internazionali del cacao sta ridisegnando gli equilibri economici dei paesi produttori, con un impatto particolarmente evidente sul commercio estero dell’Ecuador. Dopo aver raggiunto vette storiche alla fine del 2024, quando le quotazioni toccarono la cifra record di 12.000 dollari a tonnellata, il mercato globale ha avviato una fase di progressivo assestamento. Nel corso del 2025 i valori si sono attestati in una forbice compresa tra i 7.000 e gli 8.000 dollari, per poi proseguire la parabola discendente nei primi mesi del 2026, fino a raggiungere i 4.235 dollari a tonnellata per i contratti del prossimo settembre sui mercati finanziari di New York.

    Questo andamento, ampiamente previsto dagli analisti del settore come una fisiologica correzione macroeconomica, ha ridotto notevolmente i ricavi commerciali rispetto alla stagione eccezionale dei record. Nei primi quattro mesi dell’anno corrente, il valore delle esportazioni ecuadoriane di cacao e dei suoi derivati si è fermato a 668 milioni di dollari, registrando una contrazione del 59% se confrontato con gli 1,623 miliardi di dollari dello stesso periodo dell’anno precedente. Oltre alla flessione monetaria legata al ribasso dei prezzi, la filiera ha registrato anche una contrazione in termini di volumi scambiati, pari al 16%.

    La ridistribuzione dei flussi commerciali evidenzia forti cambiamenti geopolitici nei mercati di destinazione. Verso i partner tradizionali si è assistito a una decisa frenata: le spedizioni di cacao hanno subito una flessione del 61% negli Stati Uniti e del 67% nell’Unione Europea. Al contrario, si registra un’espansione geometrica verso i mercati emergenti dell’Europa orientale e dell’Asia, con Russia e Cina che hanno raddoppiato le importazioni di materia prima dall’Ecuador, raggiungendo rispettivamente quote per 10 milioni e 6 milioni di dollari nel quadrimestre analizzato.

    Il panorama globale descrive un confronto a distanza tra due distinti modelli di business nel mercato della cioccolateria: da un lato l’Africa occidentale, guidata dalla Costa d’Avorio, che detiene la leadership mondiale in termini di volume focalizzandosi sulla produzione di cacao standard o di base; dall’altro l’America Latina, con l’Ecuador in prima fila, specializzata nel segmento del cacao aromatico pregiato. Questa seconda strategia punta sulla qualità intrinseca, su profili aromatici unici e sulla differenziazione commerciale, legando il prodotto all’identità culturale e a una catena del valore che cerca la valorizzazione culinaria e gastronomica internazionale per contrastare la volatilità dei listini delle borse merci.

  • Allarme cacao: la produzione crolla e i prezzi rischiano di tornare sopra i 10.000 dollari

    Allarme cacao: la produzione crolla e i prezzi rischiano di tornare sopra i 10.000 dollari

    I prezzi globali del cacao rischiano di superare nuovamente la soglia dei 10.000 dollari a tonnellata nelle prossime stagioni. L’allarme arriva direttamente dai rappresentanti dei coltivatori africani, che prevedono una nuova e drastica contrazione della produzione in tutta l’Africa occidentale. Questa tendenza negativa è il risultato di problemi strutturali persistenti che affliggono il settore, tra cui il progressivo invecchiamento delle piantagioni, lo shock generato dai cambiamenti climatici, la diffusione di patologie vegetali e il costante esodo dei giovani dalle aree agricole.

    La crisi attuale affonda le radici nelle stagioni passate, quando paesi chiave come Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria e Camerun hanno visto andare in fumo fino al 40% dei loro raccolti a causa di piogge imprevedibili, prolungata siccità e la rapida diffusione del virus del rigonfiamento dei germogli. Questa contrazione ha portato a un calo della produzione globale di circa il 13% nel biennio 2023-2024, spingendo le quotazioni sui mercati internazionali ai massimi storici nell’estate del 2024. Nonostante una successiva stabilizzazione delle tariffe, le previsioni per il periodo a cavallo tra il 2025 e il 2026 rimangono fortemente negative, con un ulteriore calo stimato intorno al 10% causato dal temuto ritorno del fenomeno meteorologico El Niño.

    A complicare il quadro per i piccoli produttori si aggiunge il crescente orientamento dei grandi gruppi alimentari verso il cacao sintetico e quello coltivato in laboratorio. Questo spostamento di risorse rischia di emarginare ulteriormente le comunità agricole, già colpite da redditi insufficienti e investimenti limitati. Dal mondo agricolo sollevano forti critiche verso le priorità del settore, evidenziando come la finanza globale preferisca finanziare la ricerca nei bioreattori piuttosto che sostenere programmi di assistenza sul campo, la distribuzione di piantine resistenti alle malattie o iniziative volte a garantire un guadagno dignitoso a chi lavora la terra. L’innovazione tecnologica rischia così di trasformarsi in una strategia di uscita per le multinazionali, a scapito della reale sostenibilità e della giustizia economica.

    Gli squilibri della filiera sono confermati anche dalle recenti analisi macroeconomiche del settore, che mettono in luce la scarsa remunerazione dei coltivatori, la mancanza di trasparenza nei flussi finanziari e il debole impegno aziendale nel garantire il benessere sociale. Si tratta di dinamiche che minacciano di estendersi anche al mercato del caffè, esposto a rischi del tutto analoghi a causa delle condizioni meteorologiche estreme che stanno colpendo le principali regioni produttrici in Asia e in Sud America.

    Per rispondere a queste emergenze e delineare soluzioni strategiche condivise, l’intera catena del valore si riunirà in autunno a Lagos per un grande forum continentale. L’appuntamento, organizzato in sinergia con i dipartimenti governativi per l’agricoltura e la sicurezza alimentare e con i principali istituti di ricerca scientifica, vedrà il coinvolgimento di istituzioni, cooperative, enti finanziari e partner internazionali. L’obiettivo dell’incontro sarà ridefinire le politiche di sviluppo per l’Africa occidentale, centrale e orientale, cercando risposte concrete per tutelare l’offerta globale e salvaguardare il futuro delle popolazioni rurali.

  • Il fronte del cacao in Africa occidentale: prezzi stabili e cooperazione contro la crisi

    Il fronte del cacao in Africa occidentale: prezzi stabili e cooperazione contro la crisi

    In occasione del vertice di alto livello tenutosi ad Abidjan il 16 giugno 2026, la Costa d’Avorio e il Ghana hanno rinnovato il loro impegno congiunto per promuovere un’economia del cacao sostenibile, ponendo i coltivatori al centro delle priorità di governance e della condivisione del valore. I presidenti dei due paesi, Alassane Ouattara e John Dramani Mahama, hanno riaffermato i principi della Dichiarazione di Abidjan del 2018, sottolineando la responsabilità speciale delle due nazioni che insieme rappresentano circa il 60% della produzione mondiale. Nonostante i progressi storici ottenuti con la creazione dell’Iniziativa Costa d’Avorio-Ghana per il Cacao (CIGCI) e l’introduzione del Differenziale di Reddito di Sostenibilità, il settore si trova ad affrontare sfide cruciali come la volatilità dei mercati, il cambiamento climatico, l’estrazione mineraria illegale e le rigide normative internazionali sulla tracciabilità. Sebbene l’Africa generi l’80% della produzione globale, i paesi produttori catturano ancora solo una quota marginale del valore finale della filiera del cioccolato, motivo per cui l’alleanza punta a incrementare la trasformazione locale, stimolare i consumi regionali ed estendere l’iniziativa ad altri Stati africani per consolidare il potere contrattuale collettivo.

    L’armonizzazione delle politiche dei prezzi alla produzione emerge come una misura strategica fondamentale, difesa dal ministro delle Finanze ghanese, Cassiel Ato Forson, intervenuto ad Abidjan in qualità di presidente del comitato direttivo del CIGCI. Forson ha evidenziato come le disparità tariffarie tra i due paesi confinanti alimentino il contrabbando transfrontaliero e creino una concorrenza superflua che danneggia i profitti dei coltivatori. Sulla stessa linea, il direttore generale del Ghana Cocoa Board (COCOBOD), Randy Abbey, ha richiamato l’importanza di rafforzare la fiducia, la trasparenza e l’impegno reciproco, superando approcci frammentari che indebolirebbero la capacità di negoziazione sui mercati internazionali. Secondo i vertici del settore, solo un’azione coordinata e un fronte unito permetteranno di garantire una remunerazione equa ai produttori a fronte di una domanda globale sempre più orientata verso standard sostenibili.

    Oltre alle dinamiche di mercato, i governi sono al lavoro per contrastare le minacce interne che gravano sulle piantagioni. In Ghana, l’estrazione illegale dell’oro rappresenta un grave pericolo per l’ambiente e per la tenuta a lungo termine dell’agricoltura, distruggendo terreni fertili e degradando il territorio. Per fare fronte a questa emergenza e per rafforzare il quadro normativo complessivo dell’industria, le autorità ghanesi stanno elaborando un nuovo disegno di legge attraverso il COCOBOD, volto a tutelare le aree coltivabili e a salvaguardare la fonte di sussistenza di milioni di cittadini.

    In questo scenario di riforma e cooperazione strategica, il governo del Ghana ha assunto una posizione di tutela diretta verso i propri agricoltori. Nonostante i prezzi globali del cacao abbiano registrato un calo, il COCOBOD ha annunciato che il prezzo alla produzione per la stagione di raccolta leggera, attiva da giovedì 18 giugno 2026, rimarrà invariato. Le tariffe stabilite, firmate dal vicedirettore responsabile dell’agronomia e del controllo qualità Francis Baah, prevedono un valore di 1.241,76 cedi ghanesi per carico da 30 chilogrammi per le fave di grado primo e secondo, 2.587,00 cedi per sacco da 64 chilogrammi lordi e una quota fissa di 41.392,00 cedi per tonnellata. Questa scelta punta a trasmettere stabilità e fiducia alla filiera nazionale, confermando l’orientamento emerso nei tavoli bilaterali di Abidjan volto a proteggere il reddito rurale dalle oscillazioni e a garantire un futuro più equo per i produttori dell’Africa occidentale.

  • Dati ICO: l’arabica flette sui mercati mondiali, resiste la qualità robusta

    Dati ICO: l’arabica flette sui mercati mondiali, resiste la qualità robusta

    Secondo quanto emerso dall’ultimo rapporto della International Coffee Organization relativo al mese di maggio 2026, il mercato globale del caffè sta attraversando una fase di diffuso riassestamento dei prezzi, guidata principalmente dalle prospettive di un incremento dell’offerta globale. L’indice di riferimento del settore, l’I-CIP, ha registrato una flessione media del 3,8% rispetto ad aprile, attestandosi a 256,05 centesimi di dollaro per libbra. Questa tendenza al ribasso riflette la reazione degli operatori commerciali di fronte alla conferma, da parte della Conab, di stime di produzione record per il Brasile in vista dell’anno raccolto 2026/27. Le attese di ampie disponibilità sul mercato hanno pesato in particolar modo sulle varietà di arabica, mentre i chicchi di qualità robusta hanno mostrato un andamento in controtendenza, mantenendo una sostanziale stabilità.

    I dati dettagliati dell’organizzazione evidenziano una flessione generalizzata per i segmenti più pregiati. I prezzi dei caffè Colombian Milds e degli Other Milds sono infatti diminuiti rispettivamente del 3,3% e del 4,8% nel confronto mensile. La riduzione più marcata ha interessato la categoria dei Brazilian Naturals, le cui quotazioni sono scese del 6,4% a maggio, scendendo a una media di 293,73 centesimi per libbra. Al contrario, il mercato dei caffè robusta ha manifestato una maggiore tenuta logistica e commerciale, mettendo a segno un lieve incremento dell’1,1% e portando il valore medio a 166,51 centesimi per libbra. Questo andamento divergente ha prodotto una sensibile contrazione dell’arbitraggio tra i mercati dei futures di Londra e New York, che ha registrato una flessione del 13,1%, sottolineando la fiducia degli investitori nel recupero della produzione di arabica.

    Sul fronte logistico e degli stoccaggi, la International Coffee Organization rileva una situazione differenziata tra le principali piazze di scambio. Le scorte certificate di robusta a Londra hanno mostrato una variazione minima, diminuendo appena dello 0,1% per chiudere il mese a un totale di 0,72 milioni di sacchi da 60 chili. Sul versante opposto, le scorte di arabica monitorate dal New York ICE Futures US hanno evidenziato una netta ripresa, crescendo del 12,6% e raggiungendo quota 0,84 milioni di sacchi. Dal punto di vista dei flussi commerciali globali, i dati consolidati relativi al mese di aprile 2026 indicano una leggera contrazione delle esportazioni mondiali di caffè, che sono scese dello 0,9% fermandosi a 12,05 milioni di sacchi rispetto ai 12,16 milioni registrati nello stesso mese dell’anno precedente.

    Nonostante la flessione mensile delle spedizioni, il bilancio complessivo dei primi sette mesi dell’anno caffè 2023/24 delinea un quadro macroeconomico decisamente solido per il commercio internazionale. Da ottobre ad aprile, le esportazioni globali cumulative hanno raggiunto gli 80,95 milioni di sacchi, segnando una crescita rilevante dell’11,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’analisi per macro-aree geografiche evidenzia performance eccellenti per il Sudamerica, che ha guidato l’espansione globale registrando un balzo dell’export pari al 41,7% in sette mesi, trainato dal recupero dei raccolti brasiliani. Al contrario, l’Asia e l’Oceania hanno subito un rallentamento nei transiti commerciali, con una contrazione delle spedizioni del 10,7% imputabile principalmente ai minori volumi esportati da Vietnam e Indonesia.

  • Report Cecafé: crescono i volumi di caffè brasiliano ma pesano i costi logistici

    Report Cecafé: crescono i volumi di caffè brasiliano ma pesano i costi logistici

    Secondo i dati recentemente diffusi dal Consiglio degli Esportatori di Caffè del Brasile, nel report CECAFE di maggio, nel mese di maggio 2026 le esportazioni complessive di caffè dal Paese sudamericano hanno registrato una crescita del 3,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, raggiungendo un totale di 3.089.000 sacchi da 60 kg. Nonostante l’incremento nei volumi spediti, i ricavi valutari mensili hanno subito una contrazione del 16% nel medesimo intervallo temporale, attestandosi a 1,050 miliardi di dollari, a causa di una flessione del prezzo medio per sacco che è sceso a 340,06 dollari. Guardando all’anno civile, nel primo quinquemestre del 2026 il Brasile ha esportato complessivamente 14.745.000 sacchi, segnando un calo del 12,4% rispetto allo stesso periodo del 2022. Parallelamente, gli introiti complessivi da inizio anno si sono ridotti del 14,6%, fermandosi a 5,552 miliardi di dollari.

    I vertici di Cecafé spiegano nel documento CECAFEdi maggio che le performance attuali riflettono una fase fisiologica di transizione tra la fine della vecchia stagione commerciale e l’arrivo del nuovo raccolto. La lieve ripresa evidenziata a maggio è trainata principalmente dall’ingresso sul mercato dei primi caffè raccolti nell’anno in corso, in particolare le varietà della specie canephora, come il conilon e il robusta. Nei primi 5 mesi dell’anno, le spedizioni di questa tipologia di caffè hanno registrato una crescita eccezionale dell’86,5%, superando 1,891 milioni di sacchi. Al contrario, il caffè arábica, pur confermando il proprio primato assoluto con oltre 11 milioni di sacchi e una quota pari al 75,5% dell’export totale, ha evidenziato una flessione del 21,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso come conseguenza di un’annata produttiva storicamente inferiore.

    Sul fronte meteorologico, si registra tuttavia un netto cambio di scenario rispetto al periodo coperto dal report: se a maggio le proiezioni restavano ottimistiche grazie a condizioni climatiche allora favorevoli in gran parte della cintura caffeicola brasiliana, il quadro attuale ha subìto un brusco peggioramento. Le recenti e persistenti piogge invernali e le anomalie termiche stanno ora rallentando le operazioni di raccolta e mettendo a rischio la qualità dei chicchi lasciati ad asciugare nei cortili. Oltre a questa recente ondata di maltempo, la relazione CECAFE evidenzia altri fattori di rischio strutturali che continuano a pesare sul comparto, a partire dalle forti tensioni geopolitiche internazionali. I conflitti in corso nel Medio Oriente stanno provocando un sensibile aumento dei costi dei noli marittimi per i clienti internazionali. A ciò si aggiungono le storiche inefficienze logistiche e la carenza di infrastrutture nei porti brasiliani, che generano ritardi nelle partenze e perdite milionarie per le aziende esportatrici, oltre alle incertezze commerciali legate alle politiche tariffarie degli Stati Uniti, che spingono molti partner commerciali a rallentare temporaneamente i flussi di acquisto in attesa di un quadro normativo più stabile.

    L’analisi geografica delle esportazioni elaborata nel report CECAFE conferma la Germania come principale mercato di destinazione del caffè brasiliano da inizio anno, con 1,911 milioni di sacchi assorbiti, pari al 13% del totale esportato. Al secondo posto si posizionano gli Stati Uniti con 1,771 milioni di sacchi, seguiti dall’Italia, che si piazza al terzo posto registrando un incremento del 3,2% con 1,420 milioni di sacchi. A chiudere il gruppo dei primi 5 partner commerciali sono il Belgio, in forte crescita, e il Giappone. Per quanto riguarda le rotte di uscita interne al Paese, il Porto di Santos mantiene la leadership assoluta gestendo il 72,8% dei carichi totali, seguito dal polo portuale di Rio de Janeiro con il 23,2% e dal porto di Paranaguá.

  • Caffè ai massimi: il mercato trema tra piogge brasiliane e accordo Hormuz

    Caffè ai massimi: il mercato trema tra piogge brasiliane e accordo Hormuz

    Il mercato globale del caffè sta registrando una forte volatilità, trainato da una combinazione di tensioni geopolitiche internazionali e severe anomalie meteorologiche che colpiscono il Brasile, il principale produttore ed esportatore mondiale. Nelle ultime sessioni di borsa, i prezzi dei futures hanno segnato rialzi consistenti, portando l’arabica e il robusta ai massimi da diverse settimane. A sostenere la fiammata dei prezzi contribuisce in modo decisivo la progressiva riduzione delle scorte certificate ICE, che per l’arabica sono scese ai minimi degli ultimi sei mesi e mezzo, mentre quelle del robusta si sono attestate su livelli storicamente bassi prima di mostrare un parziale recupero.

    L’attenzione degli operatori è rivolta soprattutto alle condizioni climatiche nelle aree di coltivazione brasiliane, dove un’insolita ondata di maltempo sta ostacolando le operazioni sul campo. Nello stato del Minas Gerais e a San Paolo, regioni chiave per la produzione, si registrano piogge persistenti che stanno interrompendo la raccolta, la quale avviene solitamente durante il secco inverno dell’emisfero australe. L’eccessiva umidità sta bagnando il caffè steso ad asciugare nei cortili delle aziende agricole e sta causando la caduta precoce dei frutti, un fenomeno che rischia di compromettere la qualità finale del raccolto. Gli esperti segnalano inoltre il rischio di malattie batteriche o fungine per le piante, aggravate dall’impossibilità di applicare trattamenti fungicidi durante la fase di raccolta.

    Le ultime proiezioni meteorologiche indicano che lo scenario rimarrà complesso. Per le regioni produttrici del Sud-Est, come il Minas Gerais meridionale e San Paolo, sono previste temperature minime in forte calo, con termometri pronti a scendere intorno ai 4 °C e il rischio di gelate leggere e isolate nelle zone di pianura. Parallelamente, ulteriori perturbazioni continuano a minacciare rovesci da moderati a intensi in diverse aree agricole del Paese, prolungando i disagi e rallentando l’essiccazione dei chicchi.

    Sul fronte macroeconomico, l’andamento del comparto risente anche dell’euforia generale sui mercati delle materie prime, scaturita dalle recenti dichiarazioni governative statunitensi circa un possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. Le speranze di un allentamento della crisi energetica hanno provocato un netto crollo dei prezzi del petrolio greggio, alimentando il dibattito sulle prossime mosse della Federal Reserve in materia di tassi di interesse e inflazione. Nonostante le stime iniziali indicassero un raccolto brasiliano abbondante in grado di esercitare una pressione ribassista sui prezzi, i timori legati ai ritardi della logistica e alle persistenti interruzioni nelle catene di approvvigionamento globali continuano a spingere i listini verso l’alto. I dati più recenti sull’export confermano inoltre una contrazione delle spedizioni globali di caffè, accentuando i timori di una temporanea scarsità di offerta sul mercato internazionale.

  • Etiopia, stime USDA: il raccolto di caffè cresce del 4,7%

    Etiopia, stime USDA: il raccolto di caffè cresce del 4,7%

    Il settore del caffè in Etiopia si prepara a una crescita significativa per l’annata commerciale 2026/2027. Secondo le ultime proiezioni del dipartimento statunitense dell’agricoltura contenute nel rapporto annuale, la produzione nazionale di chicchi verdi dovrebbe attestarsi a 12,10 milioni di sacchi da 60 chili equivalenti, mettendo a segno un incremento del 4,7% rispetto alla stagione precedente. Questa espansione poggia su previsioni meteorologiche favorevoli, che lasciano intravedere piogge regolari e uno sviluppo uniforme dei chicchi nelle principali aree caffeicole del Paese, consentendo in particolare alle regioni meridionali di riprendersi dopo le flessioni produttive del recente passato.

    La caffeicoltura etiope rimane un comparto fortemente frammentato e legato alle tradizioni, dove circa il 90% della produzione fa capo a 5,9 milioni di piccoli coltivatori che gestiscono appezzamenti mediamente inferiori al mezzo ettaro, spesso integrando le piante di caffè con colture di sussistenza. Per ovviare al problema dell’invecchiamento delle piantagioni, dato che quasi il 70% degli alberi supera il secolo di vita, le autorità locali hanno promosso con successo una campagna nazionale di potatura drastica che sta già offrendo ottimi risultati in termini di resa, triplicando i raccolti in alcune zone di Sidama e dell’Etiopia meridionale. In parallelo, i centri di ricerca nazionali stanno introducendo nuove varietà ibride resistenti alle malattie e riprodotte tramite colture in vitro, capaci di garantire produttività fino a 2,8 tonnellate per ettaro rispetto alla media tradizionale che non raggiunge la tonnellata.

    Al fine di modernizzare la filiera, il governo di Addis Abeba ha recentemente compiuto una svolta storica stanziando 100.000 ettari di terreno da destinare esclusivamente allo sviluppo di piantagioni commerciali private. Questa iniziativa punta a replicare i modelli meccanizzati su larga scala adottati in Brasile, integrando l’uso di irrigazione intelligente e macchinari moderni, sebbene alcuni esperti mettano in guardia dai costi elevati degli investimenti iniziali e dai rischi di alterazione dei profili aromatici unici che caratterizzano l’arabica etiope. La produzione attuale resta comunque concentrata per il 93% in quattro regioni chiave, guidate da Oromia che da sola genera il 59,5% del raccolto nazionale.

    Le stime ottimistiche per il futuro arrivano dopo un’annata 2025/2026 caratterizzata da forti squilibri operativi e forti tensioni finanziarie. Da un lato, il ritardo delle piogge ha rallentato i raccolti ad alta quota, provocando una carenza di caffè lavato; dall’altro, i prezzi dei chicchi freschi sono quadruplicati in alcuni distretti a causa delle aspettative dei produttori, mettendo a dura prova la liquidità dei centri di lavorazione e spingendo molti agricoltori a preferire la lavorazione domestica del caffè naturale. I margini di profitto sono stati erosi anche dal raddoppio dei costi della manodopera per la raccolta e dall’aumento dei costi logistici interni, influenzati da un rincaro dei carburanti superiore al 30%.

    Sul fronte dei mercati esteri, l’USDA prevede che le esportazioni per la stagione 2026/2027 saliranno a 7,13 milioni di sacchi, con una crescita del 2.4%. Il dato riflette anche il trasferimento di scorte invendute dall’anno precedente, accumulatesi poiché i commercianti hanno preferito trattenere il prodotto in attesa di una ripresa dei prezzi internazionali, attualmente sotto pressione per le ampie forniture provenienti da Brasile e Colombia. Le spedizioni risentono inoltre della complessa situazione geopolitica in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz che ha ridotto gli scali navali a Gibuti e innescato una carenza di container vuoti. Nonostante ciò, la recente svalutazione della valuta locale attuata nel luglio 2024 ha migliorato la competitività di prezzo del caffè etiope sul mercato globale.

    L’analisi geografica delle esportazioni evidenzia il mantenimento delle posizioni storiche di Arabia Saudita e Germania, che da sole assorbono quasi un terzo del totale, seguite da Belgio e Stati Uniti. L’elemento di maggiore novità è tuttavia rappresentato dalla travolgente ascesa della Cina, diventata il terzo mercato di sbocco grazie a una crescita del 264% nell’ultimo anno, trainata dall’espansione delle grandi catene di caffetterie cinesi e dall’accordo commerciale che garantisce l’esenzione tariffaria totale per i prodotti etiopi. Le aziende cinesi stanno inoltre investendo direttamente in Etiopia per la costruzione di impianti di lavorazione avanzati nei parchi agro-industriali.

    L’export rimane quasi interamente concentrato sul caffè in grani verdi, che rappresenta il 99,7% dei volumi, lasciando al caffè tostato una quota marginale dello 0,3%. I flussi commerciali mostrano una spiccata stagionalità, toccando i minimi storici a dicembre e gennaio per poi registrare il picco massimo tra maggio e luglio, in corrispondenza del completamento delle certificazioni di qualità. Il commercio estero deve però fare i conti con i nuovi e più severi standard dell’Unione Europea, in particolare la normativa sulla deforestazione e il regolamento sulle certificazioni biologiche, che impone controlli più stringenti sui piccoli coltivatori e che ha già spinto alcune grandi cooperative a ridurre il numero di lotti certificati a causa dell’insostenibilità dei costi amministrativi.

    Infine, i consumi interni continuano a mostrare una notevole vitalità, con una previsione di 5 milioni di sacchi per il 2026/2027. Nonostante le spinte inflazionistiche abbiano quasi raddoppiato i prezzi al dettaglio, la tradizionale cerimonia del caffè radicata nella cultura etiope e la rapida urbanizzazione garantiscono una domanda solida, con un consumo pro capite di circa 2 chili all’anno.