Etiopia, stime USDA: il raccolto di caffè cresce del 4,7%

Il settore del caffè in Etiopia si prepara a una crescita significativa per l’annata commerciale 2026/2027. Secondo le ultime proiezioni del dipartimento statunitense dell’agricoltura contenute nel rapporto annuale, la produzione nazionale di chicchi verdi dovrebbe attestarsi a 12,10 milioni di sacchi da 60 chili equivalenti, mettendo a segno un incremento del 4,7% rispetto alla stagione precedente. Questa espansione poggia su previsioni meteorologiche favorevoli, che lasciano intravedere piogge regolari e uno sviluppo uniforme dei chicchi nelle principali aree caffeicole del Paese, consentendo in particolare alle regioni meridionali di riprendersi dopo le flessioni produttive del recente passato.

La caffeicoltura etiope rimane un comparto fortemente frammentato e legato alle tradizioni, dove circa il 90% della produzione fa capo a 5,9 milioni di piccoli coltivatori che gestiscono appezzamenti mediamente inferiori al mezzo ettaro, spesso integrando le piante di caffè con colture di sussistenza. Per ovviare al problema dell’invecchiamento delle piantagioni, dato che quasi il 70% degli alberi supera il secolo di vita, le autorità locali hanno promosso con successo una campagna nazionale di potatura drastica che sta già offrendo ottimi risultati in termini di resa, triplicando i raccolti in alcune zone di Sidama e dell’Etiopia meridionale. In parallelo, i centri di ricerca nazionali stanno introducendo nuove varietà ibride resistenti alle malattie e riprodotte tramite colture in vitro, capaci di garantire produttività fino a 2,8 tonnellate per ettaro rispetto alla media tradizionale che non raggiunge la tonnellata.

Al fine di modernizzare la filiera, il governo di Addis Abeba ha recentemente compiuto una svolta storica stanziando 100.000 ettari di terreno da destinare esclusivamente allo sviluppo di piantagioni commerciali private. Questa iniziativa punta a replicare i modelli meccanizzati su larga scala adottati in Brasile, integrando l’uso di irrigazione intelligente e macchinari moderni, sebbene alcuni esperti mettano in guardia dai costi elevati degli investimenti iniziali e dai rischi di alterazione dei profili aromatici unici che caratterizzano l’arabica etiope. La produzione attuale resta comunque concentrata per il 93% in quattro regioni chiave, guidate da Oromia che da sola genera il 59,5% del raccolto nazionale.

Le stime ottimistiche per il futuro arrivano dopo un’annata 2025/2026 caratterizzata da forti squilibri operativi e forti tensioni finanziarie. Da un lato, il ritardo delle piogge ha rallentato i raccolti ad alta quota, provocando una carenza di caffè lavato; dall’altro, i prezzi dei chicchi freschi sono quadruplicati in alcuni distretti a causa delle aspettative dei produttori, mettendo a dura prova la liquidità dei centri di lavorazione e spingendo molti agricoltori a preferire la lavorazione domestica del caffè naturale. I margini di profitto sono stati erosi anche dal raddoppio dei costi della manodopera per la raccolta e dall’aumento dei costi logistici interni, influenzati da un rincaro dei carburanti superiore al 30%.

Sul fronte dei mercati esteri, l’USDA prevede che le esportazioni per la stagione 2026/2027 saliranno a 7,13 milioni di sacchi, con una crescita del 2.4%. Il dato riflette anche il trasferimento di scorte invendute dall’anno precedente, accumulatesi poiché i commercianti hanno preferito trattenere il prodotto in attesa di una ripresa dei prezzi internazionali, attualmente sotto pressione per le ampie forniture provenienti da Brasile e Colombia. Le spedizioni risentono inoltre della complessa situazione geopolitica in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz che ha ridotto gli scali navali a Gibuti e innescato una carenza di container vuoti. Nonostante ciò, la recente svalutazione della valuta locale attuata nel luglio 2024 ha migliorato la competitività di prezzo del caffè etiope sul mercato globale.

L’analisi geografica delle esportazioni evidenzia il mantenimento delle posizioni storiche di Arabia Saudita e Germania, che da sole assorbono quasi un terzo del totale, seguite da Belgio e Stati Uniti. L’elemento di maggiore novità è tuttavia rappresentato dalla travolgente ascesa della Cina, diventata il terzo mercato di sbocco grazie a una crescita del 264% nell’ultimo anno, trainata dall’espansione delle grandi catene di caffetterie cinesi e dall’accordo commerciale che garantisce l’esenzione tariffaria totale per i prodotti etiopi. Le aziende cinesi stanno inoltre investendo direttamente in Etiopia per la costruzione di impianti di lavorazione avanzati nei parchi agro-industriali.

L’export rimane quasi interamente concentrato sul caffè in grani verdi, che rappresenta il 99,7% dei volumi, lasciando al caffè tostato una quota marginale dello 0,3%. I flussi commerciali mostrano una spiccata stagionalità, toccando i minimi storici a dicembre e gennaio per poi registrare il picco massimo tra maggio e luglio, in corrispondenza del completamento delle certificazioni di qualità. Il commercio estero deve però fare i conti con i nuovi e più severi standard dell’Unione Europea, in particolare la normativa sulla deforestazione e il regolamento sulle certificazioni biologiche, che impone controlli più stringenti sui piccoli coltivatori e che ha già spinto alcune grandi cooperative a ridurre il numero di lotti certificati a causa dell’insostenibilità dei costi amministrativi.

Infine, i consumi interni continuano a mostrare una notevole vitalità, con una previsione di 5 milioni di sacchi per il 2026/2027. Nonostante le spinte inflazionistiche abbiano quasi raddoppiato i prezzi al dettaglio, la tradizionale cerimonia del caffè radicata nella cultura etiope e la rapida urbanizzazione garantiscono una domanda solida, con un consumo pro capite di circa 2 chili all’anno.

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