Tag: Generale

  • L’Africa unisce le forze a tutela del cacao e del caffè

    L’Africa unisce le forze a tutela del cacao e del caffè

    L’Associazione africana dei coltivatori di cacao COCEFAAA e caffè si prepara a lanciare una strategia su scala continentale per favorire la nascita di filiere sostenibili e tutelare l’economia rurale africana. La spinta verso l’integrazione regionale e l’ammodernamento dei sistemi agricoli si concretizzerà in autunno a Lagos, in Nigeria, dove è in programma una conferenza interamente dedicata a queste due materie prime strategiche. L’evento, organizzato in collaborazione con il Ministero federale dell’agricoltura locale e i principali istituti di ricerca di settore, si focalizzerà sulla costruzione di una catena del valore resiliente per l’Africa occidentale, centrale e orientale.

    Le proiezioni economiche indicano che i mercati globali del cacao e del caffè sono destinati a una crescita imponente entro il 2035. Il valore del comparto del cacao dovrebbe salire dagli attuali 169 miliardi di dollari fino a superare i 245 miliardi, mentre il mercato del caffè potrebbe quasi raddoppiare, passando da 284 miliardi a oltre 486 miliardi di dollari. In questo scenario, il continente africano mantiene un ruolo di assoluto dominio produttivo, controllando circa il 70% della produzione mondiale di cacao e contribuendo per il 12,5% a quella del caffè. Tra i Paesi che stanno dimostrando maggiore tenacia produttiva spiccano nazioni storiche come Costa d’Avorio, Ghana e Camerun, affiancate da centri d’eccellenza per il caffè quali Etiopia, Uganda e Kenya.

    In questo contesto, la Nigeria sta cercando di diversificare e ampliare il proprio portafoglio di esportazioni attraverso programmi mirati come l’Iniziativa di rinascita del caffè. Sfruttando modelli di partenariato tra pubblico e privato e la collaborazione con investitori internazionali, il piano punta a incrementare la produttività agricola adottando sistemi integrati di gestione del suolo. Questa ristrutturazione interna ha l’obiettivo di generare nuova occupazione, in particolare per donne e giovani, garantendo flussi stabili di valuta estera e fortificando la stabilità economica delle comunità rurali attraverso la diversificazione delle colture e l’applicazione di logiche di resilienza climatica.

    La cooperazione tra i vari Stati produttori è considerata una priorità per mitigare i danni provocati dalla prolungata volatilità dei prezzi internazionali, un fenomeno che nel corso degli anni ha rallentato gli investimenti e minacciato la sussistenza quotidiana dei coltivatori. La nascita di un’alleanza unitaria e la nascita formale della prima associazione panafricana dei produttori serviranno proprio a dare maggiore peso contrattuale agli agricoltori sui tavoli globali, promuovendo contratti equi e standard di vita migliori.

    L’agenda dei lavori per i prossimi mesi prevede un forte impegno sul fronte formativo ed ecologico. Le linee guida dell’azione comune impongono la transizione verso tecniche agricole che escludano la deforestazione e migliorino i processi di raccolta e stoccaggio. I tavoli tecnici si concentreranno sull’adeguamento tempestivo alle severe normative dell’Unione Europea in materia di deforestazione, sull’espansione dei sistemi di agroforestazione e sulle opportunità economiche derivanti dai crediti di carbonio, ponendo le basi per un mercato africano meno dipendente dalle speculazioni estere.

  • Colombia, stime USDA: produzione di caffè in aumento del 7,2%

    Colombia, stime USDA: produzione di caffè in aumento del 7,2%

    La caffeicoltura in Colombia si appresta a vivere una netta inversione di tendenza per l’annata commerciale 2026/2027, lasciandosi alle spalle una stagione complessa segnata dal maltempo. Secondo le ultime proiezioni USDA contenute nel rapporto annuale pubblicato, la produzione nazionale di chicchi verdi registrerà un incremento del 7,2%, raggiungendo la quota di 13,4 milioni di sacchi da 60 chili equivalenti.

    Questo atteso rimbalzo produttivo è legato a un radicale cambiamento dello scenario meteorologico, caratterizzato dalla transizione dal fenomeno umido di La Niña a una fase di forte El Niño. Sebbene a livello internazionale questo surriscaldamento ciclico delle acque del Pacifico equatoriale susciti frequenti timori, per i coltivatori colombiani di caffè arabica rappresenta storicamente una congiuntura favorevole. Le piante di caffè dimostrano infatti un’ottima capacità di tollerare lo stress idrico e le temperature elevate tipiche di El Niño, specialmente se coltivate in terreni dotati di una buona ritenzione idrica naturale in grado di scongiurare deficit critici per il fusto.

    La Federazione nazionale dei coltivatori (Fedecafe) ha comunque diffuso una serie di linee guida per aiutare gli oltre 550.000 produttori del Paese a ottimizzare i raccolti sotto il nuovo regime climatico.

    I dati ottimistici per il ciclo 2026/2027 giungono dopo un’annata 2025/2026 decisamente negativa, chiusasi con una contrazione del 9,4% che ha fatto scivolare la produzione a 12,5 milioni di sacchi. In quel caso, a compromettere i raccolti sono state le piogge torrenziali e incessanti che hanno colpito le principali regioni caffeicole, interrompendo il naturale ciclo riproduttivo vegetale basato su brevi periodi di secca necessari all’induzione floreale. L’eccesso di umidità ha causato la caduta precoce dei fiori e ha innalzato i tassi di infezione della ruggine fogliare. Ciononostante, la situazione fitosanitaria complessiva del Paese resta sotto controllo grazie alla massiccia adozione di varietà resistenti, che oggi coprono l’87% della superficie a caffè contro il magro 35% del 2010. Tra le ultime novità introdotte dai centri di ricerca spicca la varietà “Umbral”, specificamente progettata per tollerare il forte calore e coltivabile a partire dagli 850 metri di altitudine, una fascia collinare storicamente preclusa alla caffeicoltura.

    Sul fronte dei mercati, i prezzi interni del caffè in Colombia hanno subito una decisa flessione a causa del rinnovato ottimismo sulle forniture globali e del tasso di cambio della valuta locale rispetto al dollaro. A febbraio 2026, il valore di un sacco da 125 chili si è attestato a poco più di 2,17 milioni di pesos colombiani, segnando un calo del 30% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Sebbene questa riduzione comprima i ricavi immediati delle aziende agricole, gli analisti evidenziano come la discesa dei listini offra una finestra strategica controciclica per il rinnovo delle piantagioni. Quando i prezzi sono molto alti i produttori tendono a posticipare le potature per massimizzare la raccolta corrente, mentre con i margini ridotti diventa più conveniente procedere al ringiovanimento degli alberi anziani per garantirsi rese superiori nel lungo termine. Restano stabili i timori legati all’aumento dei costi dei fertilizzanti a causa delle tensioni in Medio Oriente e all’impennata di oltre il 20% del salario minimo nazionale, una voce pesante se si considera che la manodopera assorbe il 69% delle spese totali di produzione.

    Le dinamiche commerciali rifletteranno da vicino l’andamento dei raccolti interni. Grazie alla ripresa produttiva, le esportazioni totali colombiane per l’annata 2026/2027 sono destinate a risalire a 13,4 milioni di sacchi, mettendo a segno un progresso del 4,6% rispetto alla flessione registrata nel ciclo precedente. Gli Stati Uniti si confermano il principale mercato di sbocco assorbendo oltre il 40% dei volumi, seguiti dall’Unione Europea e dal Giappone.

    Parallelamente, la ripresa del raccolto nazionale permetterà alla Colombia di ridurre del 18% le importazioni di caffè a basso costo, destinate a scendere a 2 milioni di sacchi nel 2026/2027 dopo il picco straordinario di 2,4 milioni toccato nel periodo di crisi precedente. Questi flussi in entrata, provenienti soprattutto da Brasile, Perù ed Ecuador, vengono tradizionalmente impiegati dall’industria locale per soddisfare la domanda interna di caffè solubile e miscele economiche, lasciando le quote pregiate di arabica nazionale libere per i mercati esteri. I consumi interni dei cittadini colombiani rimangono infatti modesti e stabili a 2,2 milioni di sacchi complessivi, pari a circa 3,08 chili pro capite, nonostante i tentativi del governo di incentivare la domanda interna attraverso la recente approvazione della legge 2504 del 2025, che ha elevato il caffè al rango di bevanda nazionale consentendone l’acquisto da parte degli enti pubblici e l’inclusione nei programmi alimentari statali.

    Infine, le scorte finali del Paese per la stagione 2026/2027 registreranno una contrazione del 22,6%, scendendo a 670.000 sacchi, poiché la ripresa dell’export assorbirà gran parte delle disponibilità e non sussistono politiche governative volte all’accumulo di stock commerciali sul lungo periodo. Resta intanto alta l’attenzione dei produttori verso i requisiti di tracciabilità imposti dalla normativa dell’Unione Europea sulla deforestazione, con le piccole imprese locali chiamate a conformarsi entro il termine ultimo del 30 giugno 2026; un traguardo per il quale Fedecafe ha già mappato e messo in regola circa il 90% dei lotti agricoli nazionali.

  • Il mercato del succo d’arancia frena: consumi giù ed entrate in calo

    Il mercato del succo d’arancia frena: consumi giù ed entrate in calo

    Il mercato globale del succo d’arancia si appresta a vivere un profondo cambio di paradigma con l’avvicinarsi della nuova campagna agricola. Mentre la raccolta dei frutti in Brasile per la stagione in corso si avvia verso la fase conclusiva, le ultime analisi macroeconomiche evidenziano come per la prossima annata la sfida principale per il settore non sarà più legata alla capacità di offerta, bensì alla tenuta della domanda internazionale. Nonostante le stime indichino una contrazione dei raccolti brasiliani, le spedizioni complessive rimangono frenate da una ripresa dei consumi globali che si dimostra ancora decisamente lenta.

    I dati ufficiali sul commercio estero evidenziano la portata di questo rallentamento, in particolare sul fronte europeo. Negli ultimi undici mesi il Brasile ha esportato circa 749.100 tonnellate di succo equivalente a concentrato, un volume che segna un incremento marginale del 2,8% rispetto allo stesso periodo del ciclo precedente. Questo modesto incremento dei volumi contrasta tuttavia con un pesante crollo delle entrate in valuta estera, diminuite di oltre il 27%. La forte flessione degli introiti rispecchia la parabola discendente dei prezzi internazionali, che durante l’ultima stagione di raccolta hanno subito una contrazione vicina al 30%.

    In questo scenario di debolezza dei consumi storici, si registra una redistribuzione geografica dei flussi commerciali, con gli Stati Uniti che assumono un ruolo sempre più centrale per l’economia del comparto. La quota del mercato nordamericano sul fatturato totale delle esportazioni brasiliane è salita dal 39% al 44%, mentre l’Unione Europea, storicamente il principale partner e destinazione di riferimento per i produttori sudamericani, ha visto il proprio peso contrarsi dal 51% al 47%. Questa inversione di tendenza riflette le persistenti difficoltà nel ridare slancio ai consumi nel Vecchio Continente.

    Le prospettive per i prossimi mesi rimangono fortemente condizionate non solo dalla capacità di ripresa della spesa nei due principali blocchi economici occidentali, ma anche dalle tensioni geopolitiche sul fronte commerciale. Gli operatori di mercato guardano infatti con crescente attenzione ai dibattiti in corso sulle politiche doganali e sulla possibile rimodulazione dei dazi negli Stati Uniti. La definizione di questo nuovo quadro normativo e tariffario acquisirà una rilevanza strategica fondamentale per determinare gli equilibri e la sostenibilità economica dell’intera filiera globale.

  • Cacao tra calo dei consumi e minaccia climatica

    Cacao tra calo dei consumi e minaccia climatica

    Il mercato globale del cacao sta attraversando una fase di forte incertezza, stretto tra il rallentamento della domanda internazionale e lo spettro di imminenti anomalie climatiche. A pesare sui listini sono in primo luogo i timori sul fronte dei consumi. Le recenti previsioni fornite da colossi del settore come Barry Callebaut indicano infatti una ripresa dei volumi di vendita decisamente più lenta rispetto alle stime iniziali. A questo si aggiunge la pressione derivante dall’incremento delle scorte certificate, che sui mercati di riferimento hanno toccato i massimi degli ultimi 1,75 anni, superando la soglia dei 2,9 milioni di sacchi.

    Nonostante queste dinamiche ribassiste, le quotazioni restano fortemente reattive alle notizie meteorologiche provenienti dall’Africa occidentale, regione che da sola garantisce la maggior parte della produzione mondiale. Le analisi finanziarie evidenziano come l’attuale scenario di breve termine sia guidato da fattori prettamente tecnici, quali la chiusura delle posizioni corte e i riassestamenti di portafoglio da parte degli investitori. I contratti futures hanno archiviato le ultime sessioni assestandosi a 3.923 dollari per tonnellata a New York e a 2.975 sterline a Londra, consolidando incrementi mensili a doppia cifra che dimostrano l’elevata vulnerabilità del comparto ai cambi di percezione degli operatori.

    Il vero fulcro del dibattito di queste settimane riguarda le prospettive a medio termine del prossimo raccolto per la stagione 2026/27. Al momento, sia in Costa d’Avorio sia in Ghana i volumi di pioggia si mantengono in linea o superiori alle medie storiche, un fattore giudicato positivo per lo sviluppo delle piante ma che richiede un attento monitoraggio per il potenziale aumento di malattie fungine. Tuttavia, le previsioni meteo per le prossime settimane indicano una riduzione delle precipitazioni proprio in concomitanza con la fase cruciale della fioritura, determinando un periodo critico che potrebbe compromettere la produttività e offrire un immediato sostegno ai prezzi.

    A lungo termine, l’incertezza è amplificata dalle proiezioni della National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense, che stima all’82% la probabilità di sviluppo del fenomeno El Niño entro luglio, con la prospettiva che l’evento persista per tutto l’inverno. I modelli indicano che la temperatura superficiale dell’oceano potrebbe superare la soglia critica dei due gradi sopra la media a partire da settembre, configurando l’arrivo di un Super El Niño.

    Le conseguenze di una simile anomalia termica variano significativamente a seconda delle aree geografiche, potendo innescare forti piogge in Ecuador e Perù, ma determinando al contempo ondate di calore e una severa siccità nelle zone interne dell’Africa occidentale e del Brasile settentrionale. Poiché gli effetti reali dipenderanno dall’intensità del fenomeno e dalla sua interazione con i venti stagionali locali come l’Harmattan, il monitoraggio climatico resta l’elemento chiave per interpretare la volatilità di un mercato in cui qualsiasi variazione dell’equilibrio tra domanda e offerta scatena repentine correzioni di prezzo.

  • Ghana, il caos del cacao entra in campagna elettorale

    Ghana, il caos del cacao entra in campagna elettorale

    La crisi dell’oro nero africano ha raggiunto un punto di svolta drammatico in Ghana in questi primi giorni di giugno 2026. Se il mese scorso si era chiuso con blocchi stradali e accese proteste da parte dei coltivatori, la prima settimana del nuovo mese ha visto la crisi istituzionalizzarsi, trasformandosi in un terremoto finanziario e in un aspro terreno di scontro politico in vista delle imminenti elezioni presidenziali. Al centro della disputa c’è il fallimento del modello statale di gestione del cacao, che ha lasciato le campagne senza liquidità e con i prezzi ai minimi termini.

    I dati commerciali registrati alla chiusura dei mercati mostrano che i contratti futures del cacao a New York e a Londra continuano a cedere terreno, registrando perdite giornaliere consistenti. Questo costante trend al ribasso internazionale ha spinto il Cocobod, l’ente regolatore statale del Ghana, a blindare una decisione drastica per contenere le perdite: confermare il taglio del 30% sul prezzo garantito alla produzione per l’attuale sessione di raccolto intermedio. Per i contadini ghanesi, questo significa incassare cifre nettamente inferiori rispetto alle aspettative stabilite a inizio anno, a fronte di costi vivi per fertilizzanti e logistica che continuano a salire a causa dell’inflazione galoppante nel Paese.

    La vera bomba finanziaria della settimana è stata sganciata dalla Licensed Cocoa Buyers Association del Ghana. Nei tavoli tecnici conclusi a inizio giugno, i rappresentanti degli acquirenti autorizzati hanno denunciato apertamente l’ente regolatore di un vero e proprio default tecnico nei pagamenti. Secondo l’associazione, lo Stato deve centinaia di milioni di dollari sia agli agricoltori che alle banche commerciali locali che avevano anticipato le linee di credito. L’accusa mossa ai vertici del Cocobod è gravissima: aver dirottato i fondi ottenuti internamente per l’acquisto dei chicchi verso altre spese di bilancio statali, in particolare per la costruzione di infrastrutture stradali, lasciando le agenzie locali di acquisto senza la liquidità necessaria per pagare i produttori sul campo.

    Per tentare di arginare il disastro, le autorità del Ghana hanno annunciato l’accelerazione forzata di una riforma strutturale per la stagione successiva, volta a eliminare il vecchio modello di finanziamento. Storicamente, il Ghana finanziava la campagna del cacao tramite colossali prestiti internazionali da banche estere, dando come pegno fino al 92% dei raccolti futuri. Il nuovo piano discusso in questi giorni prevede invece di attingere esclusivamente alla liquidità domestica e di introdurre revisioni trimestrali del prezzo garantito. L’obiettivo è evitare che lo Stato prometta cifre fisse che poi, in caso di crollo dei mercati internazionali, non è in grado di pagare.

    La disperazione dei coltivatori è diventata così ingestibile da travolgere la politica nazionale. La crisi è entrata ufficialmente e con prepotenza nella campagna elettorale, quando il candidato alla presidenza del Nuovo Partito Patriottico, il vicepresidente Mahamudu Bawumia, ha ricevuto un durissimo rapporto ispettivo indipendente che fotografa lo stato di indigenza dei distretti agricoli ghanesi. Per scongiurare scioperi generali e il blocco totale dei conferimenti ai porti, Bawumia ha annunciato l’istituzione immediata di un comitato tecnico governativo d’urgenza incaricato di formulare alternative politiche tariffarie strutturate entro la fine del mese, promettendo aiuti diretti ai distretti rurali più colpiti dai mancati pagamenti. La tregua nelle campagne, dicono gli analisti locali, è appesa a un filo: se il comitato non troverà i soldi per saldare i debiti arretrati entro le prossime settimane, la rabbia dei coltivatori ghanesi tornerà a riversarsi nelle strade.

  • Caffè, report USDA: cala il raccolto indonesiano, export previsto a 7 milioni di sacchi

    Caffè, report USDA: cala il raccolto indonesiano, export previsto a 7 milioni di sacchi

    Il settore del caffè in Indonesia si trova a fare i conti con una complessa congiuntura climatica che sta ridisegnando le mappe della produzione e del commercio per la stagione 2026/27. Secondo quanto dettagliato nel rapporto Coffee Annual USDA la produzione di chicchi verdi del Paese subirà una contrazione stimata dell’8%, scendendo a 11,38 milioni di sacchi. A determinare questa flessione sono state le precipitazioni eccezionalmente abbondanti registrate a metà del 2025, che hanno gravemente compromesso le delicate fasi di fioritura e di primo sviluppo dei frutti nelle principali aree orientate alla varietà robusta, localizzate soprattutto negli altopiani di Sumatra meridionale e in diverse zone dell’isola di Giava.

    Le anomalie meteorologiche hanno colpito in modo differenziato le diverse latitudini dell’arcipelago. Nello specifico, la produzione di robusta per la nuova annata è prevista in calo di un milione di sacchi rispetto al ciclo precedente, assestandosi a quota 10 milioni. Per i mesi a venire, l’Agenzia meteorologica nazionale prevede inoltre l’insorgere di una debole variante di El Niño destinata a rafforzarsi nella seconda metà dell’anno, portando una stagione secca molto più prolungata e arida della media climatologica, con un conseguente aumento dei rischi di siccità sia a Sumatra che a Giava. Sul fronte dell’arabica, le aree produttive settentrionali di Aceh e Sumatra del Nord risentono ancora dei devastanti effetti delle inondazioni e delle frane causate dal tifone Sinyar alla fine di novembre del 2025. I danni strutturali a strade, ponti, magazzini e impianti di lavorazione hanno mantenuto i costi di trasporto eccezionalmente elevati e rallentato le spedizioni, spingendo gli analisti a rivedere al ribasso la produzione di arabica del ciclo precedente a 1,37 milioni di sacchi, con una timida ripresa a 1,38 milioni stimata per la nuova stagione limitatamente alle aree scampate al disastro.

    La geografia della caffeicoltura indonesiana rimane comunque stabile su una superficie complessiva di 1,2 milioni di ettari, data l’assenza di significativi programmi statali di espansione o reimpianto negli ultimi tempi. La filiera è quasi interamente nelle mani dei piccoli proprietari terrieri, che gestiscono l’8% della superficie totale con appezzamenti compresi tra uno e due ettari, mentre le grandi tenute private o statali rappresentano una quota minima della produzione. Nonostante il recente rincaro dei fertilizzanti, i margini accumulati dai coltivatori grazie ai listini elevati degli ultimi tre anni hanno favorito una migliore manutenzione delle piante e il recupero di lotti precedentemente abbandonati.

    Il calo dei raccolti interni avrà un impatto diretto sui flussi commerciali internazionali. Le esportazioni indonesiane di caffè in grani sono infatti proiettate a 7 milioni di sacchi per l’anno commerciale 2026/27, segnando una flessione dell’11%. Nonostante i ritardi logistici e l’impennata dei noli marittimi legati ai conflitti in Medio Oriente nell’ultima parte dell’annata precedente, l’Indonesia ha registrato un forte balzo delle spedizioni verso l’Europa, in particolare verso Germania e Belgio, grazie alla competitività dei prezzi e alla preparazione dei canali commerciali per conformarsi alle nuove normative europee sulla deforestazione. Gli Stati Uniti restano un partner solido, posizionandosi stabilmente tra le prime cinque destinazioni con una domanda focalizzata principalmente sull’arabica di alta qualità. Per compensare i vuoti dell’offerta interna e sostenere le richieste delle torrefazioni, l’import di caffè verde è previsto in lieve aumento a 1,42 milioni di sacchi, confermando il Vietnam come fornitore nettamente dominante e il Brasile come seconda opzione, a fronte di una crescente diversificazione verso i vicini mercati di Papua Nuova Guinea e Timor Est.

    I consumi sul mercato domestico mantengono una traiettoria di crescita moderata, stimata a 4,83 milioni di sacchi, sostenuta dalla forte domanda dell’industria di trasformazione. Sebbene le torrefazioni locali abbiano visto comprimersi i propri margini a causa degli elevati prezzi della materia prima, il successivo alleggerimento dei listini all’inizio del 2026 ha ridato slancio agli acquisti. Il profilo dei consumatori indonesiani mostra una netta stratificazione: mentre i segmenti della popolazione a basso e medio reddito continuano a preferire il caffè economico offerto dai venditori ambulanti e dai chioschi di strada, le caffetterie alla moda nei centri urbani intercettano i consumatori della Generazione Z disposti a spendere di più per prodotti premium. La bevanda tradizionale nota come kopi susu, a base di caffè e latte, resta la porta d’ingresso prediletta per i nuovi consumatori ed è ampiamente diffusa sia nei menu dei locali sia nel segmento dei prodotti pronti da bere. Sul fronte finanziario, la svalutazione della rupia rispetto al dollaro registrata nei primi mesi del 2026 ha fornito un parziale sostegno ai prezzi interni dell’arabica di qualità inferiore, mentre le scorte complessive di chicchi verdi nel Paese subiranno una contrazione dell’11% a causa del continuo attingimento per l’export e per le necessità dei trasformatori locali.

  • Caffè, stime USDA: l’Uganda accelera e punta a 7,2 milioni di sacchi

    Caffè, stime USDA: l’Uganda accelera e punta a 7,2 milioni di sacchi

    Il panorama caffeicolo dell’Africa orientale registra un importante consolidamento sul fronte produttivo e commerciale, trainato dalle ottime performance della filiera in Uganda. Secondo quanto emerge dal rapporto annuale USDA, le stime elaborate dall’ufficio di Nairobi del servizio agricolo estero del dipartimento statunitense dell’agricoltura indicano una crescita costante per il Paese, con la produzione complessiva di caffè prevista in aumento da 7,1 milioni a 7,2 milioni di sacchi da 60 chilogrammi per l’annata commerciale 2026/27. A fare da traino a questo incremento è soprattutto la progressiva espansione delle aree dedicate alla coltivazione, un fenomeno ampiamente stimolato dal mantenimento di prezzi di mercato storicamente elevati negli ultimi anni.

    L’analisi territoriale rivela una dinamica geografica ben definita, con la superficie totale piantata che dovrebbe raggiungere i 595.000 ettari rispetto ai 590.000 dell’anno precedente, grazie anche a una graduale riconversione dei terreni dalla produzione di legname alla caffeicoltura, riscontrata in particolar modo nella regione di Masaka. Il comparto agricolo ugandese rimane profondamente legato alla tradizione dei piccoli coltivatori diretti, i quali gestiscono appezzamenti di dimensioni variabili tra gli 0,5 e i 2,5 ettari e rappresentano circa il 90% dell’intera produzione nazionale, lasciando il restante 10% alle medie e grandi aziende. Dal punto di vista botanico, la varietà robusta si conferma l’indiscussa protagonista del Paese coprendo l’80% del totale, con una produzione stimata per la nuova stagione a quota 6,0 milioni di sacchi e una forte concentrazione nella regione centrale, sebbene si registri una costante espansione verso il nord. L’arabica presidia invece il restante 20% con una stima di 1,1 milioni di sacchi, localizzati prevalentemente ad alta quota nelle zone orientali e occidentali, dove le temperature più fresche creano l’habitat ideale per lo sviluppo della pianta.

    Nonostante i riscontri produttivi positivi, supportati anche dalla maturazione dei fusti ad alto rendimento piantati negli anni passati e da buone condizioni meteorologiche, i coltivatori locali si trovano a dover fronteggiare forti criticità sul piano dei costi di gestione. L’utilizzo dei fertilizzanti rimane complessivamente ridotto e limitato quasi esclusivamente alle realtà aziendali più grandi, a causa di un rincaro del 21% che ha colpito i sacchi da 50 chilogrammi di prodotti a base di azoto e fosforo. Sul fronte fitosanitario, le pressioni derivanti da parassiti e malattie si fanno sempre più severe: gli agricoltori indicano nel lepidottero perforatore dei ramoscelli la minaccia più diffusa, mentre la ruggine del caffè resta la patologia più ricorrente. Per arginare questi problemi, la maggior parte dei piccoli produttori si affida ancora a metodologie di controllo tradizionali e meccaniche, sebbene si noti un graduale aumento nell’impiego di fitofarmaci. Anche la gestione idrica sconta barriere economiche strutturali, poiché i sistemi di irrigazione artificiale presentano costi capitali e operativi proibitivi e il programma governativo di distribuzione di kit per l’irrigazione finisce per escludere i coltivatori meno abbienti, essendo riservato solo a chi possiede le risorse per autofinanziare le quote di installazione e manutenzione.

    Sotto il profilo del commercio internazionale, l’Uganda mantiene una spiccata vocazione all’esportazione, veicolando oltre il 98% del proprio prodotto sotto forma di chicchi verdi. Per la stagione 2026/27 si prevede un incremento delle esportazioni fino a 6,8 milioni di sacchi, spinto dalla solidità della domanda globale. L’Unione Europea si riafferma come il partner commerciale di riferimento assoluto, avendo assorbito ben il 73% delle spedizioni complessive nel ciclo 2024/25, seguita a grande distanza dal Marocco e dagli Stati Uniti, entrambi attestati al 6%. Ciononostante, il Paese sta cercando di diversificare i propri mercati di sbocco, registrando un interesse crescente da parte dei mercati asiatici, in particolare della Cina. I prezzi medi all’esportazione, pur avendo registrato una lieve flessione a 4,51 dollari per chilogrammo nell’ultimo anno rispetto al picco di 4,64 dollari toccato nel ciclo 2024/25, rimangono comunque storicamente elevati se confrontati con i 2,50 dollari del periodo 2021/22, riflettendo una situazione di generale scarsità di offerta sui mercati mondiali.

    Le strategie politiche a lungo termine delineano la chiara volontà delle istituzioni di trasformare l’Uganda da semplice esportatore di materie prime a hub di trasformazione industriale. Il governo ha infatti pianificato una progressiva riduzione delle esportazioni di caffè grezzo a favore di prodotti a maggiore valore aggiunto, come il caffè torrefatto e il solubile, con l’obiettivo di moltiplicare i ricavi e generare nuovi posti di lavoro interni. Le autorità hanno precisato che questa transizione avverrà in modo graduale per non penalizzare l’attuale scorrimento dei chicchi verdi, in attesa che la capacità infrastrutturale dei laboratori locali sia completata. Sul piano istituzionale, il comparto ha vissuto una profonda riorganizzazione interna in seguito allo scioglimento dell’autorità per lo sviluppo del caffè, le cui competenze di controllo, promozione e regolamentazione sono state assorbite direttamente dal ministero dell’agricoltura, generandone pareri contrastanti tra gli operatori della filiera tra chi non ha riscontrato disservizi e chi lamenta ritardi burocratici.

    Infine, anche lo scenario dei consumi interni mostra una timida ma significativa evoluzione. Il rapporto prevede un modesto incremento della domanda domestica a 335.000 sacchi per il 2026/27, un trend supportato dalla vivacità del settore alberghiero e della ristorazione e da un progressivo mutamento delle abitudini di consumo nelle aree urbane, accompagnato dal potenziamento degli impianti locali di torrefazione. Sul fronte delle scorte, la tendenza dei commercianti a liquidare immediatamente il prodotto per capitalizzare i prezzi elevati del mercato spot riduce al minimo i volumi stoccati nei magazzini, lasciando i depositi dei coltivatori quasi del tutto vuoti alla fine del ciclo stagionale.

  • Raccolto agrumi a -28%: la Florida risponde con 196 milioni

    Raccolto agrumi a -28%: la Florida risponde con 196 milioni

    Il comparto agrumicolo della Florida si prepara a ricevere una massiccia iniezione di fiducia e risorse finanziarie. Il 29 maggio, la legislatura dello Stato ha approvato uno stanziamento di quasi 196 milioni di dollari inserito nel bilancio per l’anno fiscale 2026-2027, appositamente mirato ad accelerare la ripresa di uno dei settori simbolo dell’economia locale. L’iniziativa legislativa intende rispondere in modo diretto e drastico alla diffusione della malattia del greening, ovvero l’inverdimento degli agrumi, che da anni flagella le piantagioni. La quota principale dei fondi, pari a 160 milioni di dollari, sarà destinata alla Citrus Research and Field Trial Foundation per espandere le sperimentazioni sul campo e sostenere i coltivatori nel finanziamento di nuovi impianti, trattamenti e metodi di coltivazione innovativi. Il piano prevede inoltre una razionalizzazione degli enti di ricerca, con 4,5 milioni di dollari che sosterranno la ricerca di base attraverso la Citrus Research and Development Foundation, ente scientifico destinato a fondersi proprio con la fondazione CRAFT.

    La necessità di questo intervento straordinario è fotografata in modo impietoso dalle statistiche ufficiali pubblicate dal Dipartimento dell’Agricoltura e dei Servizi al Consumatore della Florida in collaborazione con il network statistico dell’USDA. Secondo il report sulla stagione 2024-2025, la produzione totale di agrumi in Florida è precipitata a 14,6 milioni di cassette, segnando un drastico calo del ventotto percento rispetto ai 20,3 milioni della stagione precedente. Se si guarda il dato storico a lungo termine, il collasso appare ancora più evidente, basti pensare che vent’anni fa, nella stagione 2005-2006, la sola produzione di arance superava i 147 milioni di cassette. I dettagli del raccolto recente evidenziano la gravità della situazione: la produzione complessiva di arance è scesa del trentadue percento fermandosi a 12,2 milioni di cassette. Anche la superficie coltivata ha risentito della crisi, con i terreni agrumicoli in produzione scesi a 188.400 acri, perdendo ben 61.400 acri rispetto alla stagione 2023-2024.

    Per invertire questa tendenza, i 196 milioni di dollari stanziati dal governo della Florida verranno capillarmente suddivisi tra ricerca, innovazione tecnologica e rilancio commerciale. Oltre ai già citati 160 milioni per il programma CRAFT e ai 4,5 milioni per la ricerca di base della CRDF, lo Stato ha destinato venti milioni di dollari a vivai e impianti di confezionamento sotto forma di sovvenzioni per l’acquisto e la ristrutturazione di attrezzature. Quindici milioni di dollari, inclusi cinque milioni di fondi non ricorrenti, andranno al marketing del Dipartimento degli Agrumi della Florida per promuovere i prodotti verso consumatori e opinion leader. Ulteriori risorse comprendono 2,25 milioni di dollari per il Crop Transformation Center dell’Università della Florida per accelerare lo sviluppo di soluzioni biotecnologiche contro parassiti e malattie, due milioni per il Programma di Recupero degli Agrumi focalizzato su varietà con maggiore tolleranza al greening, e infine altri due milioni di dollari per la propagazione delle gemme, finalizzata all’espansione di piantine resistenti gestita direttamente dallo Stato. L’obiettivo dichiarato dalle autorità e dai rappresentanti dei coltivatori è chiaro: sfruttare la scienza e l’ammodernamento tecnologico per salvare e preservare l’antica tradizione agrumicola della Florida prima che i cambiamenti climatici e le fitopatologie ne cancellino per sempre la competitività sui mercati nazionali e globali.

  • Caffè, report USDA: la robusta vietnamita cresce ma El Niño minaccia i raccolti

    Caffè, report USDA: la robusta vietnamita cresce ma El Niño minaccia i raccolti

    Il Vietnam accelera sul sentiero della competitività globale e rimodella le proprie strategie produttive per consolidare la sua posizione nel mercato del caffè. Secondo quanto emerge dal rapporto ufficiale USDA, curato dalla sede di Ho Chi Minh City del dipartimento statunitense dell’agricoltura, per l’annata commerciale 2026/27 la produzione complessiva del Paese asiatico è prevista in aumento fino a 32,5 milioni di sacchi equivalenti in grani verdi. Questa imponente crescita dell’offerta risulta trainata dall’espansione dei terreni coltivati, stimolata dai picchi storici dei prezzi registrati nel biennio precedente, e si comporrà nello specifico di 31,4 milioni di sacchi della varietà robusta e di 1,1 milioni di sacchi di arabica.

    I dati diffusi dal Ministero dell’Agricoltura e dell’Ambiente indicano che la superficie totale destinata alle piantagioni ha ormai raggiunto i 730.000 ettari. A dare un forte impulso ai raccolti è l’entrata in fase di produzione stabile e ad alto rendimento delle aree rinnovate tra il 2021 e il 2023 nell’ambito del programma statale di reimpianto, che si avvale di varietà ad alta produttività e resilienti ai cambiamenti climatici. Tuttavia, gli scienziati dell’Istituto di Scienze Agricole e Forestali degli Altopiani Occidentali avvertono che circa il 30% delle piante in attività ha superato i vent’anni di vita e necessita di urgenti interventi di rinnovo per evitare un declino della qualità. A sostenere lo slancio del comparto concorre anche l’attivismo di grandi gruppi privati che stanno ampliando le proprie operazioni sul campo.

    Se da un lato l’euforia per i guadagni passati ha spinto gli investimenti, dall’altro emergono rischi per la sostenibilità a lungo termine. Molti agricoltori degli Altopiani Centrali, nel tentativo di massimizzare le rese immediate, hanno ecceduto nell’applicazione di fertilizzanti chimici, provocando un sovraccarico di azoto, fosforo e potassio nei terreni. Allo stesso modo, il ricorso a irrigazioni premature o eccessive rischia di impoverire le falde acquifere e far lievitare i costi gestionali, che nell’ultimo anno hanno già subito una forte impennata: le spese per concimi e carburanti sono aumentate di circa il 30%, mentre i costi della manodopera sono cresciuti del 33%. Sullo sfondo rimangono le forti preoccupazioni per l’andamento meteo. Se gli ultimi mesi del 2025 avevano registrato piogge superiori alla norma, l’inizio del 2026 ha portato una forte siccità nelle principali province produttrici come Dak Lak, Gia Lai e Lam Dong, con i meteorologi americani che stimano al 62% le probabilità di un imminente consolidamento di El Niño, fenomeno tipicamente associato a ondate di caldo torrido e scarse precipitazioni nel Sud-est asiatico.

    Nonostante le sfide climatiche, il Vietnam sta portando avanti una profonda trasformazione qualitativa, orientandosi verso la tracciabilità e la sostenibilità e abbandonando la vecchia logica dei soli volumi commerciali. Circa il 40% dei terreni ha già ottenuto prestigiose certificazioni internazionali e le autorità sono attivamente al lavoro insieme alle aziende esportatrici per soddisfare i severi requisiti del regolamento dell’Unione Europea sulla deforestazione, che entrerà in vigore alla fine del 2026. Un compito non semplice, considerando che la filiera coinvolge oltre 600.000 nuclei familiari di piccoli coltivatori. Sul piano agricolo si registra inoltre il superamento della tradizionale monocoltura a favore di sistemi di coltivazione mista, in cui il caffè viene piantato insieme a pepe, macadamia, avocado o durian. Quest’ultimo in passato aveva spinto molti contadini a espiantare il caffè a causa di profitti tre volte superiori, ma il successivo boom dei listini dei chicchi ha invertito la tendenza, e oggi l’intercropping permette alle famiglie di diversificare le entrate e resistere meglio alle oscillazioni del mercato.

    I consumi interni mostrano una notevole dinamicità, con una previsione di 5 milioni di sacchi per la nuova stagione. La crescita è sostenuta dall’espansione della classe media e da un forte sviluppo economico, che ha visto il prodotto interno lordo del Paese crescere oltre l’8% e il turismo internazionale toccare i 21 milioni di visitatori. Tra i giovani consumatori urbani cambiano anche i gusti: cresce la richiesta di arabica speciale e robusta di alta qualità, aumentano i metodi di preparazione moderni e si afferma una forte tendenza alla torrefazione e alla preparazione domestica con macchine intelligenti.

    Le esportazioni complessive per la stagione 2026/27 sono stimata in moderata crescita a 28,95 milioni di sacchi. Nel primo semestre dell’anno commerciale precedente, le spedizioni all’estero avevano registrato un balzo del 27,5%, trainate dall’ottima tenuta dei mercati storici come Germania, Italia e Stati Uniti, ma anche da una straordinaria esplosione della domanda in altre aree asiatiche, con l’India che ha segnato una crescita di oltre il 1.000% e la Cambogia di oltre il 470%. I chicchi verdi costituiscono ancora la quota maggioritaria dell’export, ma i prodotti lavorati come il caffè solubile e torrefatto coprono ormai il 13% del totale, offrendo margini più elevati che aiutano ad ammortizzare i cali dei prezzi della materia prima grezza.

    L’andamento dei prezzi sui mercati internazionali risente intanto dell’aumento dell’offerta globale garantito dai buoni raccolti di altri giganti mondiali come il Brasile. Questo fattore ha determinato una flessione dei listini medi all’esportazione del 9% rispetto ai picchi del biennio precedente, con il prezzo medio di marzo sceso a 4.553 dollari per tonnellata. Una dinamica simile ha colpito il mercato interno degli Altopiani Centrali, dove il prezzo della robusta in grani ha registrato una contrazione del 16% attestandosi a circa 102.800 dong per chilogrammo. Questo trend discendente ha spinto gli intermediari e gli esportatori a liberare rapidamente le scorte di magazzino prima di incorrere in ulteriori svalutazioni, determinando una progressiva riduzione degli stock nazionali che si prevede scenderanno a 489.000 sacchi alla fine della nuova annata commerciale.

  • Arance, il Sudafrica fa i conti con la guerra e le alluvioni

    Arance, il Sudafrica fa i conti con la guerra e le alluvioni

    Il comparto internazionale delle arance si trova a fare i conti con un profondo riassetto delle rotte commerciali e con l’impatto di pesanti anomalie climatiche che stanno stravolgendo i piani dei principali paesi produttori. Il Sudafrica, che dopo i record del precedente anno puntava a incrementare ulteriormente le spedizioni complessive di agrumi verso l’estero, sta affrontando una duplice crisi, logistica e meteorologica, che rischia di ridisegnare i flussi interni al mercato europeo.

    Sul fronte geopolitico, i blocchi stradali e le forti tensioni nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso hanno quasi azzerato le spedizioni verso il Medio Oriente, un’area che storicamente assorbe circa il venti per cento delle esportazioni sudafricane. Con le compagnie assicurative che non coprono più il passaggio delle navi lungo le rotte mediorientali, gli esportatori si sono visti costretti a reindirizzare i carichi di arance, gestiti in fretta e furia, verso l’Europa. Questo massiccio afflusso sta aumentando la pressione competitiva all’interno del mercato comunitario, dove i produttori sudafricani si trovano di fatto a competere tra loro. Il viaggio verso il Vecchio Continente è inoltre penalizzato da ritardi di due o tre settimane, causati dalla scelta di rotte più lunghe che circumnavigano l’Africa o passano per la Turchia, con un conseguente aumento dei costi del carburante che va a erodere i margini di guadagno. A ciò si aggiungono le criticità logistiche interne al Sudafrica, dove la carenza di trasporti su rotaia obbliga all’utilizzo dei camion, e la scarsità di fertilizzanti importati dall’Arabia Saudita, un fattore che fa già temere raccolti inferiori per la prossima stagione.

    A complicare lo scenario sono intervenute violente piogge e inondazioni che hanno colpito le province del Capo Orientale e del Capo Occidentale, zone che da sole rappresentano quasi la metà della superficie agrumicola sudafricana. I fiumi esondati e lo straripamento delle dighe hanno sommerso interi frutteti nel pieno della stagione, distruggendo la frutta pronta per l’esportazione e investendo una quota stimata tra il dieci e il dodici per cento della produzione locale. Molti coltivatori hanno perso i raccolti e i nuovi alberi appena piantati, mentre il fango ha reso a lungo inaccessibili i campi.

    Le conseguenze dell’alluvione in Sudafrica hanno immediatamente innescato un allarme fitosanitario in Europa. L’organizzazione agricola spagnola LA UNIÓ ha chiesto alla Commissione europea e al Ministero dell’Agricoltura un blocco precauzionale e un rafforzamento immediato dei controlli alle frontiere. L’alto livello di umidità rimasto nei frutteti sudafricani alluvionati favorisce infatti la proliferazione di malattie fungine, in particolare della maculatura nera degli agrumi. Si tratta di una patologia del tutto assente nei canali commerciali europei e che i produttori locali, già sottoposti a rigidi protocolli di produzione, chiedono di monitorare con ispezioni e campionamenti straordinari per evitare il contagio del patrimonio agricolo continentale.

    Nel frattempo, proprio in Spagna, la Comunità Valenciana ha concluso la propria campagna delle arance registrando un calo del cinque per cento nei volumi esportati, che si sono attestati a poco meno di 620.000 tonnellate. La flessione della produzione iberica è stata causata da parassiti, problemi meteorologici legati al clima instabile e alla concorrenza dei paesi terzi. Nonostante la riduzione delle quantità vendute, il fatturato complessivo ha retto l’urto, segnando una flessione contenuta ad appena l’uno e sei per cento e dimostrando una buona tenuta dei prezzi alla produzione. Le attività per le varietà tardive di arance, come Navel Powell, Valencia Late e Valencia Midknight, si sono ufficialmente concluse a maggio, beneficiando nell’ultima fase di piogge primaverili che hanno aumentato il calibro e il valore commerciale dei frutti. Nonostante le preoccupazioni per i possibili carichi sudafricani deviati in Europa, la domanda interna all’Unione Europea si è mantenuta solida, permettendo ai listini delle arance spagnole di registrare persino lievi incrementi nelle ultime transazioni della stagione.