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  • Allarme globale per il caffè: il ritorno di El Niño mette a rischio i raccolti futuri

    Allarme globale per il caffè: il ritorno di El Niño mette a rischio i raccolti futuri

    La rapida e intensa formazione del fenomeno climatico El Niño nella seconda metà del 2026 sta ridisegnando le prospettive del mercato globale del caffè, rimettendo le variabili meteorologiche al centro dell’attenzione di analisti e operatori. Secondo i dati osservativi ed oceanografici, l’anomalia termica si è sviluppata con una velocità inaspettata fin dall’inizio dell’estate, configurando uno scenario che vede una probabilità superiore al sessanta per cento del verificarsi di un evento di forte intensità, paragonabile a quello storico del periodo tra il 2015 e il 2016. Questa instabilità è destinata a condizionare l’offerta globale nei prossimi anni, agendo in modo differenziato ma altrettanto critico sulle principali aree mondiali di produzione.

    In Brasile, il più grande produttore ed esportatore mondiale, il raccolto della stagione attuale non dovrebbe subire contrazioni drastiche nei volumi complessivi, ma le anomalie meteorologiche già registrate continuano a creare forte volatilità sui mercati. Sebbene l’attuale andamento non comprometta nell’immediato l’offerta del Paese, le forti anomalie termiche previste per le prossime settimane mantengono alta l’attenzione sul potenziale impatto qualitativo e sui rischi di uno stress idrico per le piante. La vera preoccupazione si sposta così sulla successiva annata produttiva, poiché le alterazioni del clima e le temperature sopra la norma rischiano di indurre fioriture precoci e irregolari, compromettendo il potenziale genetico del ciclo successivo.

    Fuori dal continente sudamericano, i rischi legati a El Niño appaiono ancora più severi e immediati, con l’America Centrale e il Sud-Est asiatico indicati come le zone a maggiore vulnerabilità sia per la campagna agricola in corso sia per la successiva. In Vietnam, secondo i centri di monitoraggio idrometeorologico, l’influenza del fenomeno si tradurrà in ondate di calore prolungate e in un drastico deficit di precipitazioni. Le previsioni indicano temperature diffuse superiori alla norma da uno a due gradi Celsius negli ultimi mesi dell’anno, associate a una riduzione delle piogge compresa tra il 25 e il 50 per cento rispetto alle medie storiche. Questo scenario espone le regioni degli Altipiani Centrali a un rischio concreto di siccità e a una precoce intrusione di acqua salata nei sistemi di irrigazione, minacciando direttamente la salute delle piantagioni. Nonostante sia previsto un minor numero di tifoni totali nella regione costiera, i meteorologi avvertono che non si può abbassare la guardia, data la tendenza di El Niño a generare comunque precipitazioni record e alluvioni localizzate nell’arco di poche ore.

    Il mercato internazionale sta reagendo a queste minacce incrociate focalizzandosi sui rischi a medio e lungo termine, in un momento in cui le scorte globali certificate risultano già fortemente limitate. La prospettiva di un potenziale evento climatico estremo che possa prolungarsi fino all’inizio del 2027 mantiene alta la tensione sui prezzi della materia prima alla borsa di New York. Di conseguenza, molti coltivatori stanno modificando la propria strategia commerciale, riducendo il ritmo delle vendite correnti e trattenendo i lotti nei magazzini sia per capitalizzare eventuali nuovi rincari sia per tutelarsi preventivamente contro le incognite produttive dei prossimi cicli biennali.

  • Piogge in Brasile e scorte ai minimi: il caffè vola ai massimi da cinque mesi

    Piogge in Brasile e scorte ai minimi: il caffè vola ai massimi da cinque mesi

    Il mercato globale del caffè sta vivendo una fase di forte scossone e i prezzi internazionali sono volati ai massimi degli ultimi cinque mesi a causa del maltempo eccezionale che ha colpito il Brasile. Giugno, storicamente uno dei mesi più secchi e cruciali per la raccolta e l’essiccazione dell’Arabica, ha registrato quest’anno piogge straordinarie. Nel Minas Gerais, lo stato che guida la produzione nazionale, nell’ultima settimana del mese sono caduti ben 31,3 millimetri di pioggia, un dato sbalorditivo che supera quasi del 2000% la media storica del periodo. Questa ondata di maltempo fuori stagione ha paralizzato i lavori nei campi, innescando una reazione a catena che minaccia sia la quantità che la qualità del raccolto attuale, proprio mentre le scorte globali certificate della borsa di New York scivolano ai minimi degli ultimi due anni.

    I dati diffusi dalle principali cooperative del Paese descrivono una situazione di grave ritardo. Presso la Cooxupé, la cooperativa di produttori di caffè più grande al mondo, la raccolta ha raggiunto appena il 24,9 per cento della superficie totale, segnando il ritmo più lento dal 2018. Il rallentamento è evidente in tutti i distretti strategici, con San Paolo al 26,5 per cento e il Cerrado Mineiro che registra la performance peggiore, fermandosi al 16,2 per cento. Anche la Expocacer segnala un avanzamento di appena il 27 per cento rispetto al 35 per cento dello scorso anno. Nelle aree più elevate e piovose, come São Gotardo e Rio Paranaíba, si è riusciti a raccogliere appena il dieci per cento del prodotto previsto, evidenziando un ritardo operativo che in alcune municipalità tocca ormai i trenta giorni.

    Oltre a bloccare le macchine raccoglitrici e a rendere impraticabili le strade interne, l’umidità eccessiva sta provocando danni diretti ai frutti. Gli agronomi segnalano che le piogge battenti hanno causato la caduta a terra di circa il 25% dei chicchi maturi. Questo fenomeno aumenta drasticamente il volume del cosiddetto caffè macinato, ovvero i frutti che finiscono sul suolo umido dove fermentano rapidamente e rischiano di sviluppare muffe, perdendo gran parte del loro valore commerciale. Il problema si estende anche ai piazzali di essiccazione all’aperto, dove il caffè già raccolto è stato nuovamente bagnato, costringendo i produttori a un uso massiccio di essiccatori meccanici con un conseguente aumento dei costi energetici. Nelle aree come Araguari, si nota inoltre che molti frutti ancora verdi stanno passando troppo rapidamente alla fase di essiccazione, un’anomalia che rovinerà l’uniformità della maturazione.

    Le prospettive per i prossimi mesi restano avvolte nell’incertezza a causa delle previsioni meteorologiche, che annunciano un mese di luglio caratterizzato da forti anomalie e forti contrasti termici. Sebbene i primi giorni di luglio stiano garantendo una temporanea tregua asciutta a Patrocínio e nel Cerrado Mineiro, utile a riattivare i passaggi nei campi e asciugare le scorte bagnate, i centri meteorologici brasiliani prevedono l’arrivo immediato di un fronte polare che abbasserà bruscamente le temperature nel Sud di Minas e a San Paolo. Successivamente, per la metà e la fine del mese, si stabilizzerà un blocco atmosferico che farà impennare le temperature ben sopra la media estiva, con picchi di calore intensi che aumenteranno l’evapotraspirazione e accentueranno il deficit idrico dei terreni.

    Questa combinazione di shock climatici rischia di compromettere seriamente non solo la stagione in corso, ma anche i raccolti futuri. L’elevata umidità accumulata a giugno ha già provocato una fioritura precoce e indesiderata in diverse piantagioni del Cerrado Mineiro. La comparsa anticipata dei fiori, unita al forte caldo e alla siccità previsti per fine luglio, espone le piante a un grave stress termico e aumenta il rischio di proliferazione del punteruolo del caffè. Gli esperti del Centro di Studi Avanzati in Economia Applicata avvertono che questa maturazione irregolare inciderà pesantemente sulla produttività del prossimo anno. Di fronte a questo scenario e alle stime degli scienziati americani della Noaa, che danno al 67% la probabilità di un Super El Niño entro la fine dell’anno, i coltivatori brasiliani stanno riducendo al minimo le vendite di caffè, trattenendo i sacchi nei magazzini nella speranza di un ulteriore aumento dei prezzi e per tutelarsi contro i danni produttivi che si profilano all’orizzonte.

  • Agrumi in Brasile: i dati del nuovo inventario Fundecitrus

    Agrumi in Brasile: i dati del nuovo inventario Fundecitrus

    L’ente brasiliano Fundecitrus ha recentemente pubblicato l’inventario degli aranci della regione di San Paolo e della fascia agrumicola del Minas Gerais ovest-sud-ovest, offrendo una fotografia dettagliata e aggiornata. Questo imponente studio, giunto alla sua dodicesima edizione e condotto nei primi mesi dell’anno, ha richiesto un investimento di oltre cento professionisti, che hanno percorso più di 435 mila chilometri visitando circa 4.900 appezzamenti, ha permesso di raccogliere dati con il massimo rigore scientifico, supportati anche da immagini satellitari ad alta definizione.

    I dati indicano che gli agrumeti occupano oggi complessivamente 410.974 ettari, registrando un incremento dell’1,4% rispetto all’anno precedente. All’interno di questa superficie, le principali varietà di arance destinate principalmente all’industria rappresentano 400.260 ettari, con una variazione positiva trainata soprattutto dal settore nord, dove si registra una forte crescita, contrapposta a una contrazione nel settore sud. Le restanti varietà di arance, indirizzate prevalentemente al mercato del fresco, occupano invece 10.714 ettari, segnando una crescita di circa il 4% per questo segmento, che risulta storicamente concentrato per il 76% nei settori sud e sud-ovest della regione, in particolare nelle aree agrumicole di Limeira e Porto Ferreira.

    La varietà Pera rimane la regina indiscussa della fascia agrumicola con circa 78,5 milioni di alberi, una quota che rappresenta il 36% del totale dei 212,37 milioni di piante censite. Altre varietà di grande rilievo per l’economia del comparto sono la Valencia, che conta circa 54 milioni di alberi, e la Hamlin, con circa 25,6 milioni di alberi. Dal punto di vista delle epoche di maturazione, la Citrus Belt conta 49,13 milioni di alberi di varietà precoci, generalmente raccolte tra maggio e agosto. Le varietà di mezza stagione, la cui raccolta avviene tra luglio e ottobre, ammontano a 78,57 milioni di alberi, mentre le varietà tardive rappresentano la fetta più consistente con 84,67 milioni di alberi, raccolti prevalentemente tra ottobre e gennaio.

    L’analisi strutturale mette in luce dati stabili per quanto riguarda l’età e la densità degli impianti. L’età media degli agrumeti maturi è di 11,8 anni, e la maggior parte degli alberi nella fascia agrumicola si concentra proprio in frutteti con più di dieci anni. La densità complessiva dei frutteti nell’inventario attuale è di 531 alberi per ettaro. Si nota tuttavia una chiara tendenza dei produttori all’infittimento dei nuovi impianti: i giovani frutteti in fase di impianto presentano infatti densità medie più elevate rispetto a quelli maturi, con 614 alberi per ettaro negli impianti realizzati nel 2024 e 626 alberi per ettaro in quelli realizzati nel 2025, per una media di 620 alberi per ettaro. Al contrario, i frutteti maturi mantengono una densità media inferiore, pari a 522 alberi per ettaro.

    Un capitolo cruciale per il futuro del settore è legato all’irrigazione e alla gestione delle fitopatie. Gli agrumeti irrigui rappresentano oggi il 50,23% della superficie coltivata ad arance nella Citrus Belt, circa cinque punti percentuali in più rispetto all’inventario precedente, con picchi che superano l’80% nelle regioni del Triângulo Mineiro e di Bebedouro. L’ammodernamento tecnologico si scontra tuttavia con sfide produttive complesse: le stime per il raccolto della stagione 2026-2027 prevedono infatti una produzione di 255,2 milioni di cassette da 40,8 chili, un dato inferiore del 12,9% rispetto all’annata precedente e del 14,6% rispetto alla media dell’ultimo decennio. Questa riduzione è causata da condizioni climatiche avverse che hanno ridotto del 17% il numero di frutti per albero, ma anche dalla forte incidenza del greening, la devastante malattia degli agrumi che ha innalzato il tasso di caduta prematura dei frutti di 0,5 punti percentuali.

    Proprio per rispondere alla pressione patogena del greening e salvaguardare i nuovi investimenti, i coltivatori stanno attuando una decisa strategia di espansione geografica verso aree di confine o completamente al di fuori della tradizionale Citrus Belt, dove prevenire la diffusione della malattia è più facile grazie a una minore pressione della malattia sul territorio. I dati ufficiali della Segreteria dell’Agricoltura dello Stato di San Paolo confermano la portata di questa migrazione: circa il 50% delle piante prodotte nei vivai dello Stato è stato spedito verso municipalità esterne alla storica fascia agrumicola. Di questa quota di nuove piantagioni extra-perimetro, il 49% è stato assorbito da altre aree del Minas Gerais, il 28% dal Mato Grosso do Sul, il 10% dal Paraná, il 7% dal Goiás e il restante 6% da altri Stati brasiliani, delineando una vera e propria mappa geopolitica dell’arancia nel tentativo di garantire la sostenibilità a lungo termine dell’agrobusiness nazionale.

  • Arance 2026/27: decollano i contratti industriali, ma il meteo frena il raccolto

    Arance 2026/27: decollano i contratti industriali, ma il meteo frena il raccolto

    Il mercato brasiliano delle arance per la stagione 2026/27 sta registrando un’accelerazione significativa dopo un avvio all’insegna della cautela, sebbene il maltempo stia ora imponendo un freno alle operazioni sul campo. Nel giro di una sola settimana, le dinamiche tra produttori e trasformatori industriali hanno subito un’importante evoluzione, spostando l’attenzione dai rigorosi standard qualitativi alle prime vere e proprie ondate di acquisti su larga scala.

    A metà giugno, le trattative procedevano a rilento. Secondo i dati del Centro di Studi Avanzati in Economia Applicata (Cepea), le grandi industrie del settore stavano dando la priorità assoluta alla lavorazione della frutta di propria produzione, limitandosi a ricevere i carichi di terzi solo sulla base di contratti precedentemente rinegoziati. In quel momento, i trasformatori si mostravano particolarmente selettivi: gli acquisti si concentravano quasi esclusivamente sulle varietà di mezza stagione provenienti dalle aree più avanzate del nord di San Paolo e del Triângulo Mineiro. Questa scelta era dettata da parametri di resa industriale e maturazione, dato che molti frutteti non avevano ancora raggiunto lo stadio ideale, mentre in altre regioni come il Paraná la qualità inferiore alle aspettative rischiava di frenare i prezzi. In questo contesto di offerta limitata, i prezzi avevano registrato un lieve incremento, attestandosi intorno ai 25,14 real per cassa da 40,8 chilogrammi.

    Negli ultimi giorni dello stesso mese lo scenario ha mostrato un cambio di passo. I ricercatori del Cepea hanno rilevato progressi sostanziali nelle trattative, con un incremento netto sia nella rinegoziazione dei contratti a breve termine sia nelle transazioni sul mercato spot. L’industria ha intensificato la frequenza degli acquisti di frutta da destinare alla trasformazione, segno che la stagione sta progressivamente entrando nel vivo, in linea con le previsioni che vedevano un aumento delle unità operative pronte a partire nel mese di luglio.

    Tuttavia, a dettare il ritmo non sono più solo le strategie commerciali, ma anche il meteo. Se da un lato la domanda dell’industria è cresciuta, dall’altro le recenti piogge che hanno colpito lo stato di San Paolo hanno imposto un brusco rallentamento alle attività di raccolta. Le precipitazioni intense hanno ridotto il ritmo delle operazioni sul campo e rischiano di compromettere il lavoro anche nei prossimi giorni. A questo ostacolo logistico si aggiunge la cautela degli stessi agrumicoltori: molti produttori ritengono che i volumi di frutta giunti a piena maturazione siano ancora limitati e preferiscono posticipare la raccolta e la pianificazione delle consegne alle fabbriche, in attesa di condizioni più favorevoli.

  • Cacao, firmato l’accordo tra IICA e CIRAD per accelerare l’agroecologia nei tropici

    Cacao, firmato l’accordo tra IICA e CIRAD per accelerare l’agroecologia nei tropici

    Il futuro del cioccolato si gioca tra la fitta vegetazione dell’Amazzonia peruviana e i laboratori di ricerca internazionali, dove scienziati e coltivatori stanno unendo le forze per salvare le piantagioni di cacao dalle devastanti crisi sanitarie e climatiche che minacciano il settore. Le recenti iniziative scientifiche e istituzionali delineate a metà del 2026 mostrano una chiara inversione di rotta per l’intera filiera, che ha deciso di puntare tutto sulla riscoperta della biodiversità selvaggia e su pratiche agronomiche sostenibili per contrastare la vulnerabilità di un mercato globale sempre più fragile.

    Nel cuore della valle di Huayabamba, in Perù, una complessa spedizione di dodici giorni nella foresta primaria ha portato all’identificazione e al campionamento di 165 alberi di cacao selvatico del tutto sconosciuti alla scienza. L’iniziativa, condotta nell’ambito del progetto Nativo dal centro di ricerca francese Cirad in stretta collaborazione con la cooperativa locale Choba Choba e l’alleanza Biodiversity e Ciat, risponde a un’esigenza drammatica dei coltivatori della regione. Da circa venticinque anni, infatti, la produzione locale si è concentrata quasi esclusivamente su cloni commerciali uniformi, come la varietà ad alta resa CCN51. Sebbene inizialmente redditizia, questa estrema omogeneità genetica ha azzerato le difese naturali delle piante, creando un terreno fertile per la proliferazione di parassiti e malattie che oggi arrivano a distruggere quasi la metà dei raccolti annuali.

    La bioprospezione degli alberi selvatici in Perù rappresenta un vero e proprio tesoro genetico per il futuro dell’industria. I ricercatori impegnati nella missione hanno raccolto dati ambientali, campioni di foglie per l’analisi del Dna, frutti e giovani germogli, garantendo la conservazione di queste varietà native attraverso la creazione di oltre 1.500 piante innestate in un giardino botanico specializzato e la nascita di circa cento nuovi semi. L’obiettivo fondamentale è studiare a fondo questo patrimonio per individuare tratti genetici capaci di offrire una naturale resistenza alle fitopatologie e una maggiore resilienza di fronte ai cambiamenti climatici globali. Oltre ai benefici agronomici, la riscoperta del cacao autoctono punta a sfruttare profili aromatici unici e di alta qualità, permettendo ai piccoli produttori di affrancarsi dalle logiche dei mercati di massa per accedere a segmenti commerciali d’eccellenza disposti a pagare un prezzo equo per la storia e la sostenibilità del prodotto.

    Questo sforzo sul campo si sposa perfettamente con la più ampia cornice istituzionale tracciata dal recente accordo quadriennale siglato tra l’Istituto Interamericano per la Cooperazione in Agricoltura e lo stesso Cirad. La partnership punta a connettere la ricerca scientifica con le politiche pubbliche per accelerare la transizione agroecologica in tutta l’America Latina e nei Caraibi. Nel settore specifico del cacao, l’attenzione degli esperti è focalizzata sullo sviluppo di sistemi agroforestali innovativi, capaci di integrare gli alberi di cacao in ecosistemi diversificati per ridurre drasticamente la dipendenza dai pesticidi e dagli agrofarmaci. Ricerche sul campo e progetti pilota avviati in Costa Rica stanno dimostrando come le pratiche agronomiche rispettose della biodiversità migliorino sensibilmente la salute complessiva del suolo e delle piante. I dati scientifici confermano che la consociazione del cacao con altre specie vegetali non solo frena la diffusione dei parassiti, ma rigenera il paesaggio rurale. La fusione tra la genetica antica recuperata nelle foreste primarie e le moderne tecniche di gestione integrata rappresenta oggi l’unica strategia concreta per assicurare la sopravvivenza economica dei produttori e la sostenibilità ambientale dell’intera filiera del cacao.

  • Alluvioni in Africa occidentale: i prezzi del cacao volano ai massimi da cinque mesi

    Alluvioni in Africa occidentale: i prezzi del cacao volano ai massimi da cinque mesi

    I mercati delle materie prime guardano con crescente apprensione all’Africa occidentale, dove un’ondata di maltempo estremo sta mettendo in ginocchio le piantagioni di cacao. Nelle ultime due settimane, i prezzi sui mercati internazionali hanno registrato una violenta accelerazione, spingendosi fino ai massimi degli ultimi cinque mesi e mezzo. A innescare il rally sono i timori per la tenuta dei prossimi raccolti in Costa d’Avorio e Ghana, i due giganti che insieme garantiscono la maggior parte delle forniture globali di questa preziosa risorsa.

    Nelle ultime settimane di giugno, i due paesi sono stati investiti da piogge torrenziali di intensità eccezionale. In gran parte delle regioni di coltivazione, i volumi di acqua accumulati hanno già eguagliato o superato la media climatica dell’intero mese. Le conseguenze sul terreno sono pesanti: intere vie di comunicazione rurali sono state allagate, i collegamenti stradali risultano interrotti in più punti e l’accesso dei contadini alle aziende agricole è gravemente compromesso. Il blocco logistico si estende fino alle rotte che conducono ai grandi porti di esportazione, minacciando di strozzare i flussi globali proprio in un momento di forte sensibilità della domanda.

    L’impatto del maltempo va però ben oltre i problemi di trasporto. L’eccesso di umidità e il ristagno d’acqua nei campi stanno creando le condizioni ideali per la diffusione del marciume bruno, una devastante malattia fungina che attacca direttamente i frutti dell’albero. Il fungo rischia di decimare la produzione attuale, deteriorando la qualità delle fave e compromettendo i volumi complessivi prima ancora che possano essere raccolti.Il quadro attuale appare ancora più fosco se si allarga lo sguardo alle prospettive a medio termine. Le prime indagini sul campo relative al raccolto principale della stagione 2026/27, destinato a iniziare a ottobre, indicano una formazione di cherelle – i piccoli baccelli appena nati – nettamente inferiore alla media. Questo scarso sviluppo vegetativo iniziale lancia un campanello d’allarme sulla consistenza della produzione futura.

    A gravare sul comparto si aggiungono le preoccupazioni per le anomalie climatiche su scala globale. L’Agenzia meteorologica giapponese ha infatti confermato lo sviluppo del fenomeno El Niño nell’area del Pacifico equatoriale, uno scenario che la National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense valuta con una probabilità del 67% come un potenziale Super El Niño tra i più intensi mai registrati. Storicamente, questa configurazione climatica altera profondamente i regimi pluviometrici nell’Africa occidentale, portando in una fase successiva ondate di caldo anomalo e forte siccità. Il conseguente stress idrico per le piante e il progressivo inaridimento del suolo rischiano di infliggere un ulteriore colpo alla produttività dei raccolti nei prossimi mesi, esasperando una volatilità dei prezzi che minaccia di ripercuotersi su tutta la catena del valore del cioccolato a livello mondiale.

  • Cacao: Costa d’Avorio e Ghana rilanciano il cartello contro la crisi dei prezzi

    Cacao: Costa d’Avorio e Ghana rilanciano il cartello contro la crisi dei prezzi

    A distanza di qualche giorno dal vertice di Abidjan, i dettagli dell’accordo siglato tra il presidente ivoriano e il leader ghanese delineano con maggiore chiarezza la portata di quella che si preannuncia come una vera e propria ristrutturazione del mercato globale del cacao. Non si è trattato di un semplice incontro istituzionale, ma del rilancio strategico della Côte d’Ivoire–Ghana Cocoa Initiative, l’organismo nato nel 2018 con l’ambizione di creare una sorta di Opec del cacao e rimasto finora parzialmente incompiuto. Oggi, i nodi economici e le riforme strutturali sul tavolo mostrano come i due giganti africani stiano tentando una mossa senza precedenti per riprendere il controllo della filiera e proteggere i propri coltivatori.

    La necessità di un fronte unito è diventata drammatica negli ultimi mesi, a causa di un violento ciclo di boom and bust che ha visto i prezzi della materia prima sulle borse internazionali crollare dai picchi di quasi 13.000 dollari per tonnellata di fine 2024 a poco più di 3.000 dollari nel febbraio 2026. Questa enorme volatilità incide profondamente sul tessuto economico dei due Paesi africani, che insieme controllano circa il 60% della produzione mondiale e traggono dal cacao rispettivamente il 15% e il 7% del proprio prodotto interno lordo. Le conseguenze della crisi si sono già abbattute sui contadini: la Costa d’Avorio ha dovuto tagliare del 57% il prezzo pagato ai produttori per assorbire i costi delle scorte invendute, mentre il Ghana ha operato una riduzione del 29%, accumulando inoltre mesi di ritardo nei pagamenti. Di fronte a questa situazione, che ha talvolta alimentato il contrabbando e spinto i coltivatori verso attività illegali come l’estrazione abusiva dell’oro, i due capi di Stato hanno ribadito che nessuno dei due Paesi può affrontare da solo tali shock, scegliendo la via della cooperazione strategica anziché quella della competizione.

    Per stabilizzare il mercato e garantire una remunerazione dignitosa agli agricoltori, considerata il pilastro della giustizia economica e della stabilità sociale della regione, Abidjan e Accra hanno concordato una serie di misure strutturali. La decisione principale riguarda l’armonizzazione delle politiche dei prezzi alla produzione, che sarà gestita in sinergia dal Coffee and Cocoa Council ivoriano e dal Cocobod ghanese. Inoltre, è stata stabilita la sincronizzazione delle campagne di marketing, fissando per entrambi i Paesi la data di inizio al primo settembre, un periodo cruciale in cui i produttori affrontano storicamente le maggiori difficoltà finanziarie. I due leader hanno anche confermato l’importanza di strumenti già avviati, come il Differenziale di Reddito di Sostentamento introdotto per assicurare un compenso minimo di base, l’adozione degli standard regionali africani per il cacao sostenibile e l’implementazione dei sistemi di tracciabilità della filiera.

    Oltre alle fluttuazioni finanziarie, i due Paesi si trovano a dover gestire complesse sfide sul campo, tra cui i cambiamenti climatici, l’invecchiamento delle piantagioni e la diffusione di patologie vegetali come il virus del germoglio rigonfio, un problema che richiederà un rafforzamento della cooperazione scientifica tra i rispettivi istituti di ricerca. Sul piano internazionale, l’attenzione è rivolta alle nuove e stringenti normative sulla sostenibilità, in particolare quelle sui requisiti di tracciabilità imposti dall’Unione Europea, e alla crescente minaccia rappresentata dai sostituti industriali del cacao. Su quest’ultimo punto, i presidenti hanno voluto rassicurare i mercati, minimizzando i rischi legati ai prodotti sintetici e sottolineando il valore insostituibile del cacao naturale a fronte di una domanda globale che resta strutturalmente solida.

    La strategia a lungo termine emersa dal vertice punta a scardinare un paradosso storico: pur rappresentando circa l’80% della produzione mondiale, l’Africa cattura ancora soltanto una quota marginale del valore complessivo della filiera del cioccolato. Per invertire questa tendenza, Costa d’Avorio e Ghana intendono investire sulla creazione di valore aggiunto locale incrementando la capacità di trasformazione industriale all’interno dei propri confini, stimolando il consumo domestico e incentivando il commercio regionale. La vera svolta geopolitica potrebbe però arrivare dall’allargamento dell’alleanza ad altri importanti produttori africani, con Camerun e Nigeria in prima fila. L’estensione del blocco consentirebbe di controllare quasi il 75% della produzione mondiale, consolidando un potere contrattuale collettivo senza precedenti nei confronti delle multinazionali del cioccolato e delle borse di Londra e New York.

  • Il cambiamento climatico colpisce la Colombia: la corsa per salvare il caffè

    Il cambiamento climatico colpisce la Colombia: la corsa per salvare il caffè

    Il cambiamento climatico ha cessato di essere una proiezione futura per trasformarsi in una realtà tangibile e preoccupante per la coltivazione del caffè in Colombia. Le recenti anomalie meteorologiche associate al fenomeno El Niño, caratterizzate da temperature elevate, precipitazioni ridotte e un marcato deficit idrico, stanno colpendo duramente la produttività, la salute delle piante e la qualità finale del prodotto. Secondo i dati diffusi dal Bollettino Agrometeorologico del Caffè di Cenicafé, si prevede un ulteriore innalzamento delle temperature tra giugno e dicembre, con effetti che diventeranno ancora più evidenti verso la fine dell’anno. Questo scenario sta alterando i processi fisiologici della coltura in ogni sua fase, a partire dalla fioritura fino alla raccolta.

    Uno degli impatti più critici si registra proprio durante il delicato momento della fioritura. Quando il termometro supera i 26 gradi, le piante riducono l’attività fotosintetica a causa della chiusura degli stomi, limitando la propria crescita. A questo si aggiungono la comparsa di fiori rachitici, il loro disseccamento e le scottature solari, tutti fattori che riducono drasticamente il potenziale produttivo. Lo stress idrico causato dalla siccità compromette poi l’allegagione e lo sviluppo dei frutti, generando chicchi vuoti o incompleti, difetti fisici che compromettono la qualità dell’intero raccolto.

    A peggiorare il quadro interviene la proliferazione dei parassiti, favorita dal clima caldo. Il punteruolo del caffè trova in queste temperature le condizioni ideali per accelerare il proprio ciclo vitale, aumentando la riproduzione e la sopravvivenza. Cenicafé stima che attualmente oltre 76.000 ettari siano ad alta vulnerabilità e più di 340.000 a vulnerabilità moderata. La maggiore pressione sugli alberi si traduce in un aumento delle infestazioni e in pesanti perdite economiche, a cui si somma la diffusione di altri agenti nocivi come il minatore fogliare e il ragnetto rosso, che prosperano nei periodi di siccità e impongono un monitoraggio fitosanitario molto più rigido.

    Le ripercussioni di questa crisi climatica si estendono dal campo fino alle fasi di raccolta e lavorazione post-raccolta. Tra i problemi principali si segnalano una maggiore presenza di frutti secchi e mummificati rimasti sull’albero, un aumento di chicchi difettosi, neri o acetosi, e una minore quantità di mucillagine. Inoltre, il caldo eccessivo comporta il rischio di fermentazioni incontrollate e una disidratazione precoce del grano. L’insieme di questi elementi deteriora le caratteristiche fisiche e sensoriali del caffè, riducendone il valore commerciale e la competitività sui mercati internazionali dei caffè speciali.

    In questo nuovo contesto, l’adattamento non è più un’opzione ma una necessità strategica fondamentale per la sopravvivenza del settore. Cenicafé raccomanda ai produttori l’adozione immediata di pratiche agronomiche mirate, come l’introduzione di sistemi di ombreggiatura, la conservazione dell’umidità del suolo, una gestione attenta delle piante infestanti e l’ottimizzazione dei processi di post-raccolta. Il cambiamento climatico sta ridefinendo le regole della produzione in Colombia e la capacità di aggiornare i sistemi tecnici e strategici lungo tutta la filiera sarà l’unico elemento decisivo per difendere la qualità e la sostenibilità del caffè colombiano nei prossimi anni.

  • Il maltempo flagella il caffè brasiliano: raccolto a rilento e rischio qualità per l’arabica

    Il maltempo flagella il caffè brasiliano: raccolto a rilento e rischio qualità per l’arabica

    Le abbondanti e insolite piogge che stanno colpendo le principali zone di produzione del Brasile non danno tregua, prolungando una situazione di emergenza che si trascina ormai da settimane e che continua a surriscaldare il mercato globale del caffè. Sulle piazze finanziarie i listini continuano a reagire con forza a questo scenario di persistente maltempo: i contratti per l’arabica con scadenza a settembre registrano un incremento dello 0,51%, restando sui massimi delle ultime sei settimane, mentre il robusta con scadenza a luglio mette a segno un balzo ancora più consistente, guadagnando il 2,04%.

    Il quadro meteorologico sta letteralmente stravolgendo il normale inverno dell’emisfero australe, un periodo solitamente secco e cruciale per i lavori nei campi. Dopo i primi pesanti disagi di metà mese, che avevano già costretto i produttori a interrompere la raccolta nel Minas Gerais a causa di tre giorni consecutivi di pioggia, il maltempo non ha concesso pause. L’umidità persistente continua a inzuppare i chicchi lasciati ad asciugare all’aperto e ha causato la caduta a terra di almeno il 10% delle bacche, un fattore che compromette seriamente la qualità del prodotto. Gli agronomi restano fortemente allarmati per il rischio di malattie batteriche o fungine che potrebbero colpire i caffèeti in futuro, una minaccia difficile da contrastare dato che la manodopera è interamente assorbita dalla raccolta e non è possibile applicare fungicidi in questa fase.

    I dati emersi dalle rilevazioni di Safras & Mercado mostrano l’impatto pesante di questa prolungata ondata di maltempo sul raccolto della stagione 2026/27. A metà giugno le operazioni generali si erano attestate al 39%, un ritmo più lento rispetto al 43% dello scorso anno e alla media quinquennale del 40%. A soffrire maggiormente è proprio la varietà arabica, bloccata al 29% della produzione prevista contro il 34% del precedente anno a causa dei continui stop forzati nei campi. Al contrario, la raccolta della varietà robusta nell’Espírito Santo ha mostrato una maggiore resilienza, toccando il 59% e superando leggermente i livelli storici.

    Nessun miglioramento è atteso in questi ultimi giorni di giugno. Le previsioni meteorologiche confermano infatti la persistenza dell’instabilità climatica dovuta al passaggio di un nuovo fronte atmosferico, che sta portando ulteriori rovesci intensi proprio nel cuore della regione caffeicola, tra cui il sud del Minas Gerais, il Triângulo Mineiro e le aree centrali e settentrionali dello stato di San Paolo. Con temperature massime che nel Minas Gerais meridionale faranno fatica a superare i 19 gradi, il lavoro di essiccazione resta bloccato e i ritardi accumulati sono destinati ad aggravarsi, mantenendo altissima la pressione rialzista sui prezzi internazionali.

  • Vent’anni di studi sul greening degli agrumi: la mappa della ricerca globale

    Vent’anni di studi sul greening degli agrumi: la mappa della ricerca globale

    La ricerca scientifica sull’Huanglongbing, la grave patologia vegetale nota come greening degli agrumi, ha registrato un’evoluzione straordinaria nel corso degli ultimi vent’anni. Un recente studio di mappatura bibliometrica ha analizzato migliaia di pubblicazioni internazionali per tracciare la direzione degli sforzi accademici, rivelando come le priorità degli scienziati siano cambiate parallelamente all’aggravarsi della minaccia per le piantagioni mondiali. L’analisi evidenzia una crescita esponenziale della letteratura scientifica sul tema, alimentata soprattutto dai contributi di Stati Uniti, Cina e Brasile, le tre nazioni dotate dei più importanti comparti agrumicoli e, al contempo, le più duramente colpite dalla diffusione della malattia.

    Nelle prime fasi dell’emergenza, l’attenzione degli esperti era focalizzata quasi esclusivamente sull’identificazione dei batteri responsabili dell’infezione e sulla comprensione dei meccanismi di trasmissione legati alla psilla asiatica degli agrumi, l’insetto vettore che infesta le piante diffondendo il patogeno. Con il progressivo consolidamento delle conoscenze biologiche di base, lo spettro delle indagini si è ampliato, includendo lo sviluppo di tecniche di diagnosi precoce, lo studio delle interazioni tra ospite e patogeno, la definizione di piani per la gestione dei vettori e la valutazione dei pesanti impatti economici sulla filiera agroalimentare.

    Negli anni più recenti si è assistito a una transizione strategica verso la ricerca di soluzioni a lungo termine in grado di garantire la convivenza con la malattia. I progetti attuali si concentrano sull’identificazione e la selezione genetica di varietà di agrumi che mostrino tolleranza all’infezione, sul perfezionamento delle pratiche agronomiche all’interno degli agrumeti, sull’introduzione di metodi di controllo biologico della psilla e sull’impiego di tecnologie nutrizionali e colturali capaci di mantenere gli alberi produttivi anche dopo aver contratto il batterio.

    I dati raccolti indicano che la comunità scientifica globale, sostenuta da collaborazioni stabili tra università, agenzie governative e organizzazioni industriali, è fortemente mobilitata, sebbene non sia ancora stata individuata una cura definitiva. Per questa ragione, il futuro della ricerca si orienterà stabilmente verso un approccio integrato, dove il miglioramento genetico dei frutteti agirà in sinergia con strategie di difesa innovative, offrendo ai coltivatori gli strumenti necessari per preservare la redditività e la produttività delle aziende agricole nonostante la costante pressione della patologia.