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  • Caffè solubile, scatta la tensione sui dazi tra USA e Brasile

    Caffè solubile, scatta la tensione sui dazi tra USA e Brasile

    L’introduzione delle nuove tariffe commerciali proposte dagli Stati Uniti sta sollevando forti preoccupazioni nel comparto internazionale del caffè, con particolare riferimento al segmento del solubile brasiliano. La filiera produttiva si trova in un momento di evidente apprensione dopo che le speranze di vedere l’estratto di caffè istantaneo inserito nella lista delle eccezioni del governo americano sono svanite il 2 giugno. La doppia manovra tariffaria prospettata dalle autorità di Washington rischia infatti di far lievitare la pressione fiscale sul prodotto dal precedente dieci per cento fino a un complessivo trentasette e mezzo per cento. Questa imposta combinata deriverebbe da un primo dazio del venticinque per cento suggerito dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti il 2 giugno, a cui si è aggiunta la successiva proposta della Casa Bianca, presentata il 3 giugno, per un ulteriore dodici e mezzo per cento legato a indagini su presunte irregolarità nelle pratiche lavorative interne, condotte secondo l’articolo 301 del Trade Act.

    La situazione appare delicata per l’industria del Brasile, che vede nel mercato nordamericano uno sbocco commerciale di primo piano. Il caffè istantaneo rappresenta circa il dieci per cento delle esportazioni complessive di caffè brasiliano verso gli Stati Uniti, a differenza del caffè verde e del tostato e macinato che godono attualmente dell’inclusione nell’elenco delle esenzioni tariffarie globali statunitensi in scadenza a luglio. Sebbene lo scenario sia complesso e non siano ancora state delineate contromisure ufficiali o reazioni immediate da parte dei vertici associativi brasiliani, si registra una moderata fiducia nella possibilità di avviare un confronto costruttivo. I canali di comunicazione con le controparti oltreoceano risultano infatti più accessibili rispetto al passato, offrendo spazi per l’invio di memorie scritte e la partecipazione a dibattiti istituzionali.

    L’allarme per gli effetti di queste barriere doganali non si limita ai soli esportatori sudamericani, ma ha trovato una sponda importante all’interno degli stessi confini statunitensi già nel mese di maggio, in occasione del Seminario Internazionale sul Caffè a Santos. In quel contesto, le rappresentanze dei torrefattori e dei commercianti americani hanno sottolineato che il mantenimento di dazi così gravosi finirebbe per colpire direttamente l’economia domestica, gravando sul costo della vita di oltre trenta milioni di consumatori adulti che utilizzano quotidianamente il caffè istantaneo. La materia prima in questione, inoltre, non è solo un prodotto di largo consumo autonomo, ma costituisce un ingrediente industriale insostituibile per la fiorente industria americana delle bevande pronte da bere e del caffè freddo confezionato. Un rincaro di tale portata rischierebbe quindi di ripercuotersi sull’intera catena del valore e sui prezzi finali al dettaglio in un periodo già caratterizzato dall’attenzione ai rincari della spesa.

    Le diplomazie economiche e le organizzazioni degli esportatori sono impegnate a monitorare l’evoluzione delle indagini della Sezione 301, i cui esiti formali sono attesi entro i primi giorni di luglio. Alcune delegazioni sindacali e industriali si sono già attivate direttamente a Washington per seguire l’andamento del dossier. Tra le priorità assolute vi è la salvaguardia dello status del caffè verde in grani e del caffè tostato, i quali pur rappresentando una quota inferiore allo zero virgola cinque per cento dell’export complessivo, rimangono strategici per l’equilibrio degli scambi bilaterali. L’obiettivo comune resta quello di dimostrare la conformità delle produzioni e l’importanza del libero flusso commerciale, ventilando tra le opzioni percorribili anche la negoziazione di un accordo bilaterale specifico volto a neutralizzare l’impatto dei dazi prima del termine per la raccolta dei commenti, fissato al 6 luglio 2026, e delle successive udienze pubbliche calendarizzate per il 7 luglio 2026.

  • Stime Conab: per il caffè brasiliano sarà un anno storico, ma sotto le previsioni USA

    Stime Conab: per il caffè brasiliano sarà un anno storico, ma sotto le previsioni USA

    Mentre come abbiamo visto nell’articolo precedente, le grandi istituzioni internazionali scommettono su numeri strabilianti per l’oro verde del Brasile, le agenzie governative locali scelgono la via della prudenza. Se da un lato il report del ministero americano USDA si spinge a ipotizzare un raccolto record da ben 71,9 milioni di sacchi, Conab fissa l’asticella a una quota più moderata, stimando che la produzione nazionale per l’annata si attesterà a 66,7 milioni di sacchi da 60 chilogrammi.

    Nonostante la forbice prudenziale rispetto alle valutazioni estere, i dati brasiliani restano storici. Quel volume di 66,7 milioni di sacchi rappresenta comunque un incremento eccezionale del 18% rispetto alla stagione precedente e, se confermato a fine ciclo, si tradurrà nel raccolto più consistente mai registrato nell’intera serie storica della Conab, superando del 5,74% il precedente primato stabilito nel 2020. Questa performance senza precedenti è sostenuta da un’espansione della superficie totale destinata alla coltura, che cresce del 3,9% raggiungendo i 2,34 milioni di ettari, e da un balzo del 13% nella produttività media nazionale, che sale a 34,4 sacchi per ettaro.

    A fare la parte del leone in questa stagione di rinascita è la varietà arabica. Grazie agli effetti positivi del ciclo biennale e a condizioni meteorologiche decisamente favorevoli, Conab prevede per l’arabica una produzione di 45,8 milioni di sacchi, segnando un balzo del 28% rispetto all’anno scorso. Per il caffè robusta la crescita è decisamente più timida, fermandosi allo 0,8% con un raccolto stimato di 20,9 milioni di sacchi. In questo caso, l’aumento della superficie coltivata è riuscito a compensare una contrazione del 3,5% nella resa media causata da fattori climatici avversi.

    La mappa della produzione evidenzia dinamiche molto diverse a seconda delle aree geografiche. Il Minas Gerais si conferma il motore trainante del Paese: grazie a piogge ben distribuite prima della fioritura e a un clima perfetto fino a marzo, lo stato prevede di raccogliere 33,4 milioni di sacchi complessivi, con un aumento vicino al 30% rispetto alla passata stagione. Ottimi risultati si registrano anche nello stato di San Paolo, dedicato alla sola arabica, che spera in una crescita del 24,6% per 5,9 milioni di sacchi. Spostandosi a Rondônia, la coltivazione esclusiva di robusta mette a segno un +19,4% arrivando a 2,8 milioni di sacchi, un traguardo raggiunto grazie al rinnovo dei materiali genetici con piante clonali più produttive e al meteo favorevole sin dall’inizio del ciclo.

    Nello stato dell’Espírito Santo, secondo produttore mondiale, la crescita complessiva si ferma a un più modesto 3%, pari a 18 milioni di sacchi. Se da un lato l’arabica vola grazie a una fiammata della produttività del 27,9%, le piantagioni di robusta, localmente chiamato conilon, subiscono una riduzione del 4,2%. Questo rallentamento fisiologico è dovuto sia all’eccezionale sforzo produttivo registrato nel 2025, che ha limitato il potenziale della stagione in corso, sia a temperature costantemente inferiori alla media che hanno condizionato lo sviluppo delle piante. Ciononostante, la resa stimata resta la seconda più alta mai verificata nello stato. In Bahia, invece, stabilità meteorologica e maggiori investimenti dei coltivatori si traducono in un incremento del 5,9%, con un totale di 4,7 milioni di sacchi.

    Sul fronte commerciale, i flussi verso l’estero risentono ancora dei vuoti lasciati dal passato. I dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo, dell’Industria, del Commercio e dei Servizi indicano che il Brasile ha esportato 11,5 milioni di sacchi tra gennaio e aprile, registrando una flessione del 22,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questa contrazione non è legata a una mancanza di acquirenti, bensì al livello straordinariamente basso delle scorte interne residue, prosciugate dalla produzione limitata dei cicli passati e da una domanda internazionale rimasta sempre altissima. Gli analisti prevedono comunque una decisa inversione di tendenza e una forte ripresa delle spedizioni nella seconda metà dell’anno, quando il super raccolto nazionale entrerà pienamente sul mercato.

    Uno sguardo agli scenari globali rivela che, nonostante il dipartimento americano stimi un aumento del 2% della produzione mondiale di caffè per il ciclo attuale, i consumatori difficilmente vedranno cali significativi nei prezzi al dettaglio. I listini internazionali rimarranno sostenuti a causa della debolezza delle scorte globali ereditate dagli anni scorsi e di una domanda planetaria di chicchi che continua a correre, con una crescita stimata dell’1,3% che porterà i consumatori di tutto il mondo a richiedere ben 173,9 milioni di sacchi.

  • Report USDA: il Brasile si prepara a un raccolto di caffè da record

    Report USDA: il Brasile si prepara a un raccolto di caffè da record

    Secondo il report annuale USDA, il mercato globale del caffè si prepara a vivere una svolta grazie alle promettenti notizie che arrivano dagli sterminati altipiani del Brasile. Dopo ben cinque anni consecutivi di produzione a rilento, causati da condizioni climatiche avverse che hanno penalizzato soprattutto le piantagioni di arabica, le previsioni per il raccolto 2026/27 delineano uno scenario di eccezionale ripresa. Le stime indicano che il colosso sudamericano si appresta a registrare un vero e proprio raccolto record, portando la produzione complessiva a ben 71,9 millioni di sacchi da 60 chilogrammi, con un incremento del 14% rispetto alla stagione precedente.

    A guidare questa imponente ondata di chicchi verdi è il ritorno a un clima ottimale nelle principali regioni caffeicole del Paese, che ha favorito fioriture straordinarie e lo sviluppo regolare delle piante. Oltre al meteo benevolo, i coltivatori hanno beneficiato degli effetti della biennalità positiva, un ciclo naturale che ad anni alterni garantisce alle piante di caffè una resa nettamente superiore. Anche i prezzi internazionali favorevoli hanno spinto i produttori a espandere le aree coltivate e a investire in tecnologie gestionali avanzate per aumentare la densità degli alberi per ettaro.

    Nello specifico delle varietà, la qualità arabica segna un balzo in avanti straordinario del 25%, toccando una quota stimata di 47,5 milioni di sacchi. Lo stato del Minas Gerais si conferma il cuore pulsante di questa produzione, da solo responsabile di quasi il 72% dell’intera arabica brasiliana. Discorso leggermente diverso per la varietà robusta, nota localmente come conilon, la cui produzione è prevista in lieve flessione a 24,4 milioni di sacchi rispetto ai 25 milioni dell’anno precedente. Su questo fronte, un inverno più rigido e piogge eccessive nello stato dell’Espírito Santo, che rappresenta il fulcro della robusta nel Paese e circa il 20% dell’offerta mondiale di questa varietà, hanno causato un leggero calo della resa che giunge comunque dopo i record storici del 2025.

    Nonostante l’euforia per i numeri del nuovo raccolto, che ha iniziato a muovere i primi passi ad aprile per poi entrare nel vivo a metà maggio, l’intera filiera si muove con estrema cautela. Le scorte interne e internazionali sono attualmente ai minimi storici e gli esportatori preferiscono non sbilanciarsi troppo nelle vendite a lungo termine. A pesare sui loro calcoli c’è anche l’ombra del fenomeno meteorologico El Niño, le cui probabilità di manifestarsi nella seconda metà dell’anno superano il 60% secondo i principali istituti scientifici. Se da un lato El Niño potrebbe mitigare il rischio di gelate invernali nell’immediato, dall’altro solleva forti preoccupazioni per le temperature anomale e i regimi di pioggia che andrebbero a colpire la successiva stagione 2027/28, mantenendo instabili i mercati dei prezzi.

    Sul fronte dei consumatori e dei mercati interni, l’arrivo della nuova ondata di caffè ha iniziato a produrre una progressiva discesa dei prezzi all’ingrosso nei primi mesi del 2026, riducendo le forti impennate degli anni passati. Tuttavia, per chi acquista il caffè al supermercato il sollievo reale potrebbe tardare ad arrivare o manifestarsi solo in minime oscillazioni, poiché i costi dei beni alimentari di prima necessità in Brasile rimangono elevati e le scorte mondiali complessive sono ancora fortemente depauperate. Nonostante le pressioni inflazionistiche, il consumo interno mostra segni di ripresa nei primi mesi del 2026, facendo registrare un aumento del 2% su base annua dopo la leggera contrazione vissuta nel 2025.

    Le prospettive commerciali all’estero rimangono ad ogni modo la vera colonna portante dell’economia del settore. Grazie al super raccolto, le esportazioni complessive di caffè per la nuova annata commerciale sono previste in aumento del 30%, pronte a raggiungere i 49 milioni di sacchi. La Germania si conferma il principale acquirente di caffè brasiliano, seguita dagli Stati Uniti e dall’Italia. Il nostro Paese, in particolare, ha scalato le classifiche posizionandosi come la seconda destinazione mondiale per i caffè speciali brasiliani, quelli dotati di certificazioni di sostenibilità e qualità superiore, superando persino il mercato statunitense in questo specifico segmento premium.

    Ad alimentare l’ottimismo dei grandi produttori per il futuro a medio termine concorre anche l’approvazione provvisoria dell’accordo commerciale tra l’Unione Europea e il Mercosur. Sebbene il caffè in grani entri già in Europa a dazio zero, l’intesa prevede l’abbattimento progressivo delle tariffe doganali nell’arco di quattro anni per i prodotti lavorati, come il caffè solubile che oggi sconta una tassa del 9% e il caffè torrefatto e macinato colpito al 7,5%. Questa mossa strategica consentirà al caffè lavorato brasiliano di competere ad armi pari con storici rivali commerciali come il Vietnam, che già beneficia di esenzioni tariffarie verso il vecchio continente.

    Dietro i grandi numeri della macroeconomia si nasconde però la realtà quotidiana dei coltivatori, che si trovano a fare i conti con margini di profitto sempre più stretti. Se da una parte il prezzo di vendita del caffè scende, dall’altra i costi di produzione rimangono alti a causa dei rincari del gasolio e dei fertilizzanti, peggiorando le condizioni di scambio per chi lavora la terra. A questo si aggiunge una cronica carenza di manodopera nei campi, specialmente nelle zone montuose e impervie.

    Per far fronte a tali sfide, molti agricoltori stanno modificando radicalmente le tecniche di gestione aziendale, adottando approcci innovativi come la potatura programmata a scacchiera che consente di far riposare ciclicamente metà della piantagione ottimizzando l’uso dei concimi e facilitando il controllo dei parassiti. Altri cercano nuove strade accorciando la filiera produttiva: creano marchi propri di caffè speciali e sfruttano i canali digitali per vendere direttamente a bar, torrefazioni o consumatori finali in tutto il mondo, trattenendo così una quota maggiore di valore all’interno delle loro aziende.

    Infine, restano da superare i nodi logistici legati alle infrastrutture dei trasporti brasiliani. Solo nel corso dell’ultimo anno, i ritardi delle navi, le code dei camion e la carenza di container nei porti hanno causato la mancata esportazione di centinaia di migliaia di sacchi di caffè ogni mese, traducendosi in perdite miliardarie di entrate valutarie per il Paese. La sfida per il Brasile nei prossimi mesi non sarà soltanto raccogliere un volume di caffè mai visto prima, ma dimostrare di saperlo gestire e far viaggiare in modo efficiente verso le tazzine di tutto il mondo.

  • Tempesta sulle arance brasiliane: tra raccolto in calo e l’ombra del virus Hlb

    Tempesta sulle arance brasiliane: tra raccolto in calo e l’ombra del virus Hlb

    Il comparto agrumicolo brasiliano apre la stagione commerciale 2026/27 in un clima di incertezza, stretto tra trattative difficili, emergenza sanitaria e la scommessa sulla tecnologia. All’inizio del mese, subito dopo la pubblicazione delle stime di raccolta da parte del Fondo di Difesa degli Agrumi (Fundecitrus), sono scattate le prime manovre per i contratti e le rinegoziazioni nella fascia strategica di San Paolo e nel Triângulo Mineiro.

    I dati presentati a Cordeirópolis durante l’Expocitros e la Citrus Week 2026 non lasciano spazio all’ottimismo: la produzione di arance nell’area principale è stimata a 255,20 milioni di casse da 40,8 chilogrammi, con un crollo del 12,9% rispetto all’anno scorso e del 14,7% sotto la media dell’ultimo decennio. A pesare sul raccolto sono il clima pazzo e soprattutto il virus Huanglongbing (Hlb), noto come greening degli agrumi, che compromette la resa dei frutteti e fa cadere i frutti prima del tempo.

    Sul fronte dei prezzi, il Centro di studi avanzati in economia applicata (Cepea) segnala che le industrie di trasformazione stanno offrendo cifre più basse rispetto ai picchi della scorsa stagione, e per ora nessun accordo è stato siglato. Rispetto a un anno fa, quando le scorte erano ai minimi termini e c’era la corsa all’acquisto, oggi i trasformatori si muovono con più calma: i magazzini di succo d’arancia sono più pieni e la domanda internazionale resta debole. Le trattative entreranno nel vivo nelle prossime settimane, con l’intensificarsi del raccolto da metà giugno.

    La vera battaglia si gioca però nei campi contro la malattia. Gli esperti spiegano che ormai quasi la metà degli alberi della fascia principale mostra i sintomi del greening, con picchi che in alcune zone superano il 70%. Oltre la metà delle arance perse prima del tempo cade a causa dell’infezione. Per gli analisti si tratta di uno shock economico peggiore delle guerre: se si tagliano i trattamenti per risparmiare, la produzione si azzera. I coltivatori stanno correndo ai ripari con insetticidi frequenti per colpire l’insetto vettore (la psilla) e, dove l’infezione è troppo alta, si sta colonizzando il Sud del Paese alla ricerca di climi più caldi che frenino la malattia.

    A complicare il quadro ci si mette lo scenario internazionale. La guerra in Medio Oriente tra Iran e Israele spinge al rialzo il prezzo del petrolio, facendo impennare i costi di carburanti e fertilizzanti per gli agricoltori, già molto indebitati. Sul fronte dei mercati c’è poi l’ombra del protezionismo americano e delle nuove regole europee che potrebbero limitare i succhi di frutta nelle mense scolastiche. Una minaccia non da poco, se si pensa che otto bicchieri di succo d’arancia su dieci consumati nel mondo arrivano proprio dal Brasile.

    La risposta alla crisi e alla carenza di manodopera arriva dai droni. I grandi produttori di succhi stanno finanziando i test di robot autonomi volanti, sviluppati da una startup israeliana. Questi droni lavorano giorno e notte: volano tra i filari, scelgono le arance mature in base a colore e dimensione e le raccolgono con ventose di gomma o tagliando il picciolo. L’obiettivo è raccogliere i frutti sulla cima degli alberi, permettendo alle piante di crescere più in altezza e aumentare la produttività per ettaro. Insieme ai robot, si punta anche su un sistema di iniezione diretta nel tronco per curare le piante dall’interno, riducendo l’uso di prodotti chimici fino al 90%.

  • Arance, al via la stagione nell’emisfero australe: il Sudafrica flette ma il Cile accelera

    Arance, al via la stagione nell’emisfero australe: il Sudafrica flette ma il Cile accelera

    Entra nel vivo la stagione degli agrumi nell’emisfero australe e i riflettori dei mercati internazionali, in particolare di quello statunitense, si accendono sulle dinamiche legate alla produzione e all’esportazione delle arance. Nei mesi estivi, i flussi commerciali provenienti da Sudafrica, Cile e Uruguay si rivelano cruciali per soddisfare la domanda interna americana. L’annata in corso si presenta tuttavia a due velocità, caratterizzata da gravi anomalie meteorologiche in Africa e da una decisa spinta alla crescita sul fronte sudamericano.

    In Sudafrica, la raccolta delle arance precoci ha dovuto fare i conti con l’impatto devastante di piogge torrenziali e violente tempeste che hanno sferzato le principali regioni agrumicole del Paese. Le condizioni di estrema umidità nei campi stanno determinando la caduta a terra dei frutti e una compromissione generale della qualità. Poiché i rigorosi standard del mercato statunitense impongono la selezione esclusiva della frutta di qualità superiore, i tassi di confezionamento nei magazzini sudafricani hanno subito un drastico calo, riducendo sensibilmente i volumi effettivamente commercializzabili. Le prime spedizioni di arance Navel destinate alla costa orientale degli Stati Uniti riguardano lotti che erano stati fortunatamente raccolti prima delle perturbazioni. Gli operatori prevedono adesso una temporanea flessione delle forniture complessive, in attesa che maturino le varietà di arance Navel più tardive, che non si trovavano ancora in fase di maturazione ottimale al momento delle tempeste e che dovrebbero di conseguenza aver subito danni minori.

    Di segno diametralmente opposto sono le notizie che giungono dal Sudamerica, dove il comparto delle arance mostra segnali di forte vivacità e sviluppo strutturale. Il Cile consolida il trend di crescita costante che caratterizza il settore dal 2022, ponendosi l’obiettivo di esportare un totale complessivo di 530.000 tonnellate di agrumi verso l’estero. In questo contesto di espansione, la categoria delle arance mantiene un orientamento decisamente positivo. Le proiezioni per la stagione indicano che i frutteti cileni stanno crescendo normalmente e si stima che le esportazioni specifiche di arance toccheranno le 134.000 tonnellate, un dato che segna un incremento del 10% rispetto alle 121.694 tonnellate registrate nella passata stagione. Questo balzo in avanti permette alle arance di posizionarsi come il secondo prodotto agrumicolo più esportato dal Paese, subito dopo i mandarini e davanti a limoni e clementine.

    Nonostante i buoni ritmi produttivi cileni, i rappresentanti dei coltivatori evidenziano come la seconda parte della stagione possa nascondere insidie sul fronte climatico, legate alle preoccupazioni per il potenziale manifestarsi del fenomeno di El Niño, che minaccia di portare precipitazioni eccessive nel mese di agosto. Sul piano geopolitico, l’industria cilena deve inoltre fare i conti con complesse sfide logistiche e barriere tariffarie, dal momento che il mercato degli Stati Uniti assorbe da solo circa l’80% delle esportazioni complessive di agrumi del Paese.

    Accanto ai grandi attori globali, anche l’Uruguay cerca di mantenere la propria quota di mercato. Pur muovendosi su volumi tradizionalmente più ridotti e senza mostrare variazioni di rilievo rispetto alle annate precedenti, il Paese sudamericano presenzierà regolarmente nei canali di vendita statunitensi, dove avvierà l’invio programmato di arance nel corso dei prossimi mesi.

    I flussi commerciali transoceanici, tornati a pieno regime dopo i ritardi iniziali di inizio stagione, dovranno infine misurarsi con la reale capacità di assorbimento da parte dei consumatori finali. Gli analisti avvertono che la situazione economica generale e la riduzione del potere d’acquisto, trainata soprattutto dai rincari dei carburanti, potrebbero frenare la domanda nei punti vendita. Resta da vedere quanto i consumatori saranno disposti a pagare per le arance d’importazione, che per loro natura presentano listini mediamente più elevati rispetto alle produzioni locali.

  • Succo d’arancia: domanda debole e scorte record frenano il mercato

    Succo d’arancia: domanda debole e scorte record frenano il mercato

    Il mercato globale del succo d’arancia si appresta ad affrontare una stagione 2026/27 estremamente complessa, caratterizzata da una combinazione di fattori che rischia di destabilizzare l’intera filiera agroalimentare. Il settore si troverà a fare i conti con un sensibile calo dell’offerta, una continua contrazione dei consumi e un contestuale aumento delle scorte, delineando uno scenario di forte incertezza per produttori, trasformatori e dettaglianti.

    Le stime indicano che, dopo una temporanea e parziale ripresa registrata nel biennio precedente, la produzione mondiale subirà una flessione drastica, quantificabile intorno al 13%. Questa marcata contrazione è da attribuire in massima parte alle difficoltà del Brasile, leader indiscusso e principale esportatore globale del comparto, le cui piantagioni sono state pesantemente colpite da condizioni meteorologiche avverse e dalla persistente diffusione del greening degli agrumi, una patologia vegetale distruttiva che compromette irrimediabilmente la produttività delle piante. Il quadro globale risulta ulteriormente aggravato dalle criticità strutturali che colpiscono altri importanti bacini produttivi, tra cui il Messico, gli Stati Uniti e l’Unione Europea, tutti alle prese con raccolti decisamente inferiori alle medie storiche.

    Nonostante la forte diminuzione della materia prima disponibile, gli analisti ritengono improbabile che si verifichi un automatico riequilibrio del mercato a favore dei produttori. La causa principale risiede nella debolezza della domanda dei consumatori, condizionata da prezzi al dettaglio che rimangono stabilmente vicini ai massimi storici. Questo divario tra l’andamento dei prezzi industriali, in calo dal 2024, e i listini dei supermercati sta penalizzando i volumi di vendita, poiché i consumatori, schiacciati da pressioni inflazionistiche più ampie, tendono a ridurre gli acquisti o a orientarsi verso bevande alternative più economiche. Nel frattempo, le strategie di distributori e imbottigliatori, orientate a salvaguardare i propri margini operativi piuttosto che a incentivare i volumi, contribuiscono a mantenere elevati i prezzi finali sugli scaffali.

    Le pressioni sulla filiera assumono un carattere strutturale che va oltre le contingenze stagionali. L’aumento dell’incidenza delle malattie fitosanitarie, l’impennata dei costi di produzione e la crescente instabilità dei fenomeni meteorologici stanno determinando rese sempre più basse e ingenti perdite di frutta prima del raccolto. Le preoccupazioni a lungo termine sulla sostenibilità della produzione, in particolare nella storica fascia agrumicola brasiliana, stanno spingendo il settore verso una complessa riorganizzazione geopolitica, che si concretizza nell’espansione verso nuove aree geografiche e in investimenti massicci per una gestione più intensiva del contenimento delle malattie.

    Sul fronte dei consumi, la tendenza al ribasso è ormai strutturale e si inserisce in un trend decennale, con una contrazione ulteriore stimata al 3% per la prossima stagione. Il mancato assorbimento del prodotto sta generando una situazione paradossale: a fronte di un raccolto debole, le scorte globali continuano ad accumularsi e si prevede che raggiungeranno il livello più alto degli ultimi sette anni entro la fine del ciclo commerciale. Questa disponibilità residua agirà inevitabilmente da calmiere, soffocando qualsiasi tentativo di ripresa sostenuta delle quotazioni della materia prima, persino in presenza di una produzione deficitaria.

    Le conseguenze economiche si stanno già manifestando a livello aziendale, soprattutto in Sudamerica. In Brasile, i prezzi spot delle arance hanno abbandonato i picchi degli anni passati, scivolando al di sotto dei costi vivi di produzione per una fetta consistente di agricoltori. Gli esperti confermano che i prezzi globali del concentrato faranno estrema fatica a ritrovare slancio, a meno di una drastica e imprevista riduzione dell’offerta o di un repentino risveglio della domanda di mercato.

    Le prospettive per i prossimi diciotto mesi rimangono dunque improntate alla fragilità, con un mercato compresso tra consumi anemici, eccedenze di magazzino e instabilità dei listini. Tra i rischi più concreti per il futuro prossimo figurano un ulteriore deterioramento del potere d’acquisto delle famiglie, l’ostinata rigidità dei prezzi al dettaglio e l’impossibilità di arginare efficacemente la diffusione delle fitopatie nei campi.

  • Ecuador, arriva il cacao CECA-13: la nuova varietà resistente a funghi e siccità

    Ecuador, arriva il cacao CECA-13: la nuova varietà resistente a funghi e siccità

    Il settore del cacao in Ecuador è diviso tra le complesse dinamiche ribassiste dei mercati finanziari globali e una storica svolta scientifica sul fronte dell’innovazione genetica. Sebbene nel primo trimestre dell’anno le esportazioni complessive del Paese siano cresciute del 3,7%, il cacao ha registrato una netta contrazione rispetto ai massimi storici degli anni precedenti, posizionandosi a quota 441 milioni di dollari. Un dato che contrasta con i picchi registrati nel recente passato – come il miliardo e 208 milioni del 2015 – e che riflette il progressivo riallineamento dei valori internazionali della materia prima.

    Secondo le autorità governative e l’Associazione Nazionale degli Esportatori di Cacao dell’Ecuador (Anecacao), la riduzione del valore dell’export non indica un indebolimento strutturale, ma risponde a un andamento ciclico e alla forte volatilità delle borse. Dopo aver toccato i massimi storici nel dicembre 2024 superando gli 11.000 dollari a tonnellata, i prezzi si sono stabilizzati tra i 7.000 e gli 8.000 dollari nel 2025, per poi proseguire la tendenza al ribasso fino ai circa 4.000 dollari a tonnellata registrati alla Borsa di New York per i contratti di luglio. Questa flessione ha impattato sui flussi commerciali verso le destinazioni storiche del prodotto ecuadoriano: sebbene gli Stati Uniti e l’Unione Europea rimangano i partner di riferimento insieme a Russia e Canada, le loro importazioni non oleose dall’Ecuador hanno subito una contrazione rispettivamente dello 0,2% e del 4,8%. Gli analisti collegano questa volatilità ai movimenti speculativi e alle variazioni dell’offerta in Africa occidentale, ma l’Ecuador poggia su solide basi grazie agli investimenti effettuati nel ripristino delle piantagioni, nella sostenibilità e nella tracciabilità.

    Proprio sul fronte della competitività e della risposta ai cambiamenti climatici, il comparto agricolo ha segnato una svolta fondamentale. Il 20 maggio, nella provincia meridionale di El Oro, è stata ufficialmente presentata una nuova varietà di cacao denominata CECA-13. Lo sviluppo di questo clone è il risultato di un lunghissimo processo di selezione e miglioramento genetico iniziato su base osservativa negli anni ’60 e proseguito con vigore dagli anni ’90, quando l’intensificarsi di fenomeni meteo estremi, l’eccesso di umidità e la pressione delle malattie fitosanitarie hanno iniziato a minacciare la stabilità delle piantagioni tradizionali.

    La varietà CECA-13 si distingue per un’elevata produttività in condizioni di campo reali, con rese annue comprese tra 1,8 e 2 tonnellate per ettaro nella zona di origine, e potenziali proiezioni tra i 30 e i 35 quintali (circa 1.360-1.588 kg) per ettaro in altre località, a seconda della gestione agronomica. Il vero punto di forza di questo materiale genetico risiede nella sua spiccata resistenza alle principali malattie fungine che storicamente decimano i raccolti tropicali, come la monilia, la fitophthora e la scopa delle streghe. Questa tolleranza consente di azzerare quasi le perdite in campo nelle aree a elevata umidità, garantendo una costanza produttiva superiore rispetto alle varietà tradizionali.

    Oltre ai vantaggi agronomici, la nuova varietà promette di impattare positivamente sulle esportazioni grazie a un profilo organolettico fine e aromatico molto marcato. L’Ecuador, che detiene la leadership mondiale nella produzione di cacao pregiato, punta su questo clone per consolidare la propria posizione nei segmenti di mercato internazionali a più alto valore aggiunto, come l’industria del cioccolato d’origine e i produttori specializzati nella filosofia “dalla fava alla tavoletta” (bean-to-bar). In un contesto macroeconomico globale caratterizzato da prezzi in calo e forte incertezza climatica, l’introduzione di varietà ad alta tecnologia biologica rappresenta la strategia con cui il Paese andino punta a difendere la redditività dei propri agricoltori e gli standard qualitativi richiesti dai mercati occidentali.

  • Il paradosso del cacao ivoriano: produzione al top ora, ma i campi futuri sono a secco

    Il paradosso del cacao ivoriano: produzione al top ora, ma i campi futuri sono a secco

    Dopo tre stagioni consecutive di contrazione, la produzione di cacao in Costa d’Avorio si avvia verso una decisa inversione di tendenza. Secondo le ultime stime ufficiali diffuse dai vertici del Coffee and Cocoa Council (CCC), l’attuale stagione 2025/26 – che si concluderà a fine settembre – dovrebbe attestarsi su una quota compresa tra 2 e 2,1 milioni di tonnellate metriche. Se i dati venissero confermati, si registrerebbe un incremento del 10,5% rispetto all’anno precedente, segnando il primo segno positivo per il principale produttore mondiale dopo anni di crisi causati da meteo avverso, invecchiamento delle piantagioni e dalla rapida diffusione della malattia del “germoglio gonfio” (swollen shoot).

    I dati attuali superano nettamente le aspettative degli operatori di mercato: i sondaggi di consenso condotti tra analisti e trader lo scorso marzo indicavano infatti una previsione prudente ferma a 1,8 milioni di tonnellate. A trainare la ripresa del settore agricolo ivoriano sono stati gli elevati prezzi internazionali registrati nelle ultime due stagioni. I forti guadagni commerciali hanno permesso ai coltivatori locali di disporre della liquidità necessaria per acquistare e utilizzare maggiori quantità di fertilizzanti e per migliorare la gestione complessiva delle piantagioni. L’impatto di questi investimenti si riflette direttamente nei flussi logistici verso i porti commerciali di Abidjan e San Pedro, dove le consegne hanno già superato la soglia di 1,7 milioni di tonnellate, evidenziando un andamento nettamente più dinamico rispetto al recente passato.

    Nonostante il recupero della produzione, la filiera interna deve fare i conti con forti tensioni commerciali ed ingenti volumi di prodotto che rimangono ancora invenduti nei magazzini. Fonti del trading europeo evidenziano come una parte significativa del raccolto sia rimasta a terra a causa di una duplice resistenza: da un lato, gli esportatori ivoriani hanno preferito trattenere le scorte in attesa di un rialzo del mercato finanziario; dall’altro, gli agricoltori si sono opposti alla cessione del prodotto a causa di prezzi franco azienda giudicati troppo bassi. La recente ripresa delle vendite da parte della Costa d’Avorio potrebbe far emergere con maggiore chiarezza l’entità di questa eccedenza nei magazzini europei già nel corso delle prossime settimane.

    Se l’orizzonte a breve termine mostra un aumento dell’offerta, le prospettive per la prossima stagione 2026/27 destano invece forti preoccupazioni tra gli addetti ai lavori. I primi monitoraggi sul campo segnalano tassi di sopravvivenza delle cabosse leggermente inferiori rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I fiori e i giovani frutti stanno impiegando fino a 33 settimane per giungere a maturazione, sollevando dubbi non solo sulla coda dell’attuale campagna, ma soprattutto sull’avvio del prossimo raccolto principale. I conteggi eseguiti dagli ispettori e le testimonianze degli agricoltori nelle aree rurali concordano sulla minore presenza di frutti e fiori sui rami, un deficit causato principalmente dai danni provocati dalla siccità. L’evoluzione delle condizioni meteorologiche rimane sotto stretta osservazione, rappresentando la principale incognita per la stabilità della produzione del prossimo anno.

  • Cacao in Costa d’Avorio: scorte record e mercati in ribasso, contadini in rivolta

    Cacao in Costa d’Avorio: scorte record e mercati in ribasso, contadini in rivolta

    Le strade di M’Batto portano ancora i segni degli scontri di inizio maggio, quando i gas lacrimogeni della polizia hanno disperso decine di agricoltori esasperati che chiedevano il pagamento dei loro raccolti bloccati. Ma oggi, a un mese da quelle violente proteste, la tensione nelle regioni centro-orientali e occidentali della Costa d’Avorio – il gigante mondiale che da solo soddisfa oltre il 40% della domanda globale di cacao – non si è affatto spenta. Dietro la facciata di un mercato internazionale che ha visto i prezzi dei prodotti al cioccolato schizzare alle stelle nei supermercati europei e italiani, si consuma il dramma silenzioso di milioni di coltivatori africani, i cui redditi sono stati letteralmente azzerati dai ritardi strutturali dello Stato e da una nuova ondata di ribassi sulle piazze finanziarie.

    Le notizie che giungono in queste ore dai presidi sul campo confermano la gravità della situazione. Il nodo centrale che continua ad alimentare la rabbia delle cooperative riguarda la drastica decisione presa dal governo di Abidjan attraverso il ministro dell’Agricoltura, Bruno Nabagné Koné. Per la campagna intermedia, avviata ad aprile, lo Stato ha dovuto ridurre il prezzo d’acquisto garantito ai produttori portandolo a 1.200 franchi CFA (circa 1,83 euro) al chilogrammo. Una flessione verticale rispetto ai 2.800 franchi CFA (4,27 euro) fissati a ottobre per la campagna principale. Questo taglio di quasi il 60% si è reso inevitabile a causa dello scoppio di una bolla speculativa globale e, da ultimo, di un ulteriore crollo dei listini registrato proprio venerdì scorso. Nelle ultime contrattazioni della settimana, il cacao ICE New York di luglio (CCN26) ha chiuso in forte ribasso di 176 punti (-4,29%), mentre il cacao ICE London di luglio (CAN26) ha ceduto 112 punti (-3,63%), toccando i minimi da tre settimane e mezzo. Per mesi il sistema di stabilizzazione ivoriano ha pagato il cacao locale a un prezzo nettamente superiore rispetto ai corsi mondiali, accumulando perdite non più sostenibili e congelando i pagamenti.

    I funzionari del Consiglio del Caffè e del Cacao (CCC), guidati dal Direttore Generale Koné Brahima Yves, si sono recati d’urgenza a M’Batto nel tentativo di disinnescare la bomba sociale. Negli incontri con i leader sindacali, i coltivatori hanno lanciato un grido d’allarme chiaro, spiegando che i 1.200 franchi della nuova campagna non sono il vero problema. Ciò che li preoccupa e li sta riducendo alla fame sono i vecchi ricevuti stabiliti a 2.800 franchi durante il raccolto principale, che lo Stato non ha ancora pagato, come ha denunciato Ehouman Eby Augustino, portavoce dei piantatori locali.

    A schiacciare al ribasso i prezzi internazionali e ad aggravare la situazione interna è una pressione imprevista dovuta all’aumento globale dell’offerta. Le scorte di cacao monitorate dall’ICE hanno infatti raggiunto il livello più alto degli ultimi 18 mesi, attestandosi a ben 2.846.957 sacchi. Questo surplus fisico nasce proprio dalla stessa Costa d’Avorio, che il 14 maggio ha rivisto nettamente al rialzo le sue stime sulle consegne per la stagione 2025/26, portandole a 2,2 milioni di tonnellate rispetto alla precedente proiezione di 1,8-1,9 milioni, grazie a condizioni meteorologiche decisamente favorevoli. I dati cumulativi pubblicati di recente mostrano che i coltivatori hanno spedito ai porti 1,64 milioni di tonnellate di cacao nell’attuale anno commerciale (dal 1° ottobre al 24 maggio), con un aumento del 2,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

    Il paradosso è evidente: sul campo l’abbondanza di materie prime sta penalizzando i produttori. Il CCC sta tentando una corsa contro il tempo per sbloccare i fondi legati al programma di riacquisto statale, ma le operazioni procedono a rilento e migliaia di tonnellate di fave rimangono stoccate nei magazzini delle cooperative a Daloa, Soubré e Duékoué. Molti piccoli produttori, privi di liquidità persino per accedere alle cure mediche essenziali o per acquistare i fertilizzanti, si sono visti costretti a svendere i fagioli al mercato nero pur di non vederli marcire. Per stroncare le speculazioni degli intermediari, il governo ha annunciato una stretta decisiva con l’introduzione obbligatoria della Carta del Produttore standardizzata e digitalizzata. Questo strumento punta a tracciare ogni transazione finanziaria per garantire l’applicazione del prezzo minimo e, contemporaneamente, dovrebbe legare i coltivatori a un sistema di copertura sanitaria universale gratuita. Si tratta di un tentativo strutturale di alleviare la crisi, che però si scontra con i limiti della farraginosa macchina burocratica ivoriana.

    La filiera globale mostra così la sua contraddizione più profonda. Mentre l’abbondanza di stock fisici invenduti in Africa deprime il prezzo pagato ai contadini e spinge le borse al ribasso, i consumatori finali in Europa continuano a subire rincari sui prodotti finiti a causa dei contratti a termine precedentemente stipulati dalle multinazionali e dei fenomeni di shrinkflation. Se lo stallo dei pagamenti in Costa d’Avorio dovesse persistere nelle prossime settimane, il rischio concreto non sarà solo il collasso economico di un quarto della popolazione del Paese, ma un drastico calo della qualità futura. I contadini, senza soldi, non stanno più curando le piante, e la terra non aspetta i tempi della finanza.