Le strade di M’Batto portano ancora i segni degli scontri di inizio maggio, quando i gas lacrimogeni della polizia hanno disperso decine di agricoltori esasperati che chiedevano il pagamento dei loro raccolti bloccati. Ma oggi, a un mese da quelle violente proteste, la tensione nelle regioni centro-orientali e occidentali della Costa d’Avorio – il gigante mondiale che da solo soddisfa oltre il 40% della domanda globale di cacao – non si è affatto spenta. Dietro la facciata di un mercato internazionale che ha visto i prezzi dei prodotti al cioccolato schizzare alle stelle nei supermercati europei e italiani, si consuma il dramma silenzioso di milioni di coltivatori africani, i cui redditi sono stati letteralmente azzerati dai ritardi strutturali dello Stato e da una nuova ondata di ribassi sulle piazze finanziarie.
Le notizie che giungono in queste ore dai presidi sul campo confermano la gravità della situazione. Il nodo centrale che continua ad alimentare la rabbia delle cooperative riguarda la drastica decisione presa dal governo di Abidjan attraverso il ministro dell’Agricoltura, Bruno Nabagné Koné. Per la campagna intermedia, avviata ad aprile, lo Stato ha dovuto ridurre il prezzo d’acquisto garantito ai produttori portandolo a 1.200 franchi CFA (circa 1,83 euro) al chilogrammo. Una flessione verticale rispetto ai 2.800 franchi CFA (4,27 euro) fissati a ottobre per la campagna principale. Questo taglio di quasi il 60% si è reso inevitabile a causa dello scoppio di una bolla speculativa globale e, da ultimo, di un ulteriore crollo dei listini registrato proprio venerdì scorso. Nelle ultime contrattazioni della settimana, il cacao ICE New York di luglio (CCN26) ha chiuso in forte ribasso di 176 punti (-4,29%), mentre il cacao ICE London di luglio (CAN26) ha ceduto 112 punti (-3,63%), toccando i minimi da tre settimane e mezzo. Per mesi il sistema di stabilizzazione ivoriano ha pagato il cacao locale a un prezzo nettamente superiore rispetto ai corsi mondiali, accumulando perdite non più sostenibili e congelando i pagamenti.
I funzionari del Consiglio del Caffè e del Cacao (CCC), guidati dal Direttore Generale Koné Brahima Yves, si sono recati d’urgenza a M’Batto nel tentativo di disinnescare la bomba sociale. Negli incontri con i leader sindacali, i coltivatori hanno lanciato un grido d’allarme chiaro, spiegando che i 1.200 franchi della nuova campagna non sono il vero problema. Ciò che li preoccupa e li sta riducendo alla fame sono i vecchi ricevuti stabiliti a 2.800 franchi durante il raccolto principale, che lo Stato non ha ancora pagato, come ha denunciato Ehouman Eby Augustino, portavoce dei piantatori locali.
A schiacciare al ribasso i prezzi internazionali e ad aggravare la situazione interna è una pressione imprevista dovuta all’aumento globale dell’offerta. Le scorte di cacao monitorate dall’ICE hanno infatti raggiunto il livello più alto degli ultimi 18 mesi, attestandosi a ben 2.846.957 sacchi. Questo surplus fisico nasce proprio dalla stessa Costa d’Avorio, che il 14 maggio ha rivisto nettamente al rialzo le sue stime sulle consegne per la stagione 2025/26, portandole a 2,2 milioni di tonnellate rispetto alla precedente proiezione di 1,8-1,9 milioni, grazie a condizioni meteorologiche decisamente favorevoli. I dati cumulativi pubblicati di recente mostrano che i coltivatori hanno spedito ai porti 1,64 milioni di tonnellate di cacao nell’attuale anno commerciale (dal 1° ottobre al 24 maggio), con un aumento del 2,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Il paradosso è evidente: sul campo l’abbondanza di materie prime sta penalizzando i produttori. Il CCC sta tentando una corsa contro il tempo per sbloccare i fondi legati al programma di riacquisto statale, ma le operazioni procedono a rilento e migliaia di tonnellate di fave rimangono stoccate nei magazzini delle cooperative a Daloa, Soubré e Duékoué. Molti piccoli produttori, privi di liquidità persino per accedere alle cure mediche essenziali o per acquistare i fertilizzanti, si sono visti costretti a svendere i fagioli al mercato nero pur di non vederli marcire. Per stroncare le speculazioni degli intermediari, il governo ha annunciato una stretta decisiva con l’introduzione obbligatoria della Carta del Produttore standardizzata e digitalizzata. Questo strumento punta a tracciare ogni transazione finanziaria per garantire l’applicazione del prezzo minimo e, contemporaneamente, dovrebbe legare i coltivatori a un sistema di copertura sanitaria universale gratuita. Si tratta di un tentativo strutturale di alleviare la crisi, che però si scontra con i limiti della farraginosa macchina burocratica ivoriana.
La filiera globale mostra così la sua contraddizione più profonda. Mentre l’abbondanza di stock fisici invenduti in Africa deprime il prezzo pagato ai contadini e spinge le borse al ribasso, i consumatori finali in Europa continuano a subire rincari sui prodotti finiti a causa dei contratti a termine precedentemente stipulati dalle multinazionali e dei fenomeni di shrinkflation. Se lo stallo dei pagamenti in Costa d’Avorio dovesse persistere nelle prossime settimane, il rischio concreto non sarà solo il collasso economico di un quarto della popolazione del Paese, ma un drastico calo della qualità futura. I contadini, senza soldi, non stanno più curando le piante, e la terra non aspetta i tempi della finanza.


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