L’introduzione delle nuove tariffe commerciali proposte dagli Stati Uniti sta sollevando forti preoccupazioni nel comparto internazionale del caffè, con particolare riferimento al segmento del solubile brasiliano. La filiera produttiva si trova in un momento di evidente apprensione dopo che le speranze di vedere l’estratto di caffè istantaneo inserito nella lista delle eccezioni del governo americano sono svanite il 2 giugno. La doppia manovra tariffaria prospettata dalle autorità di Washington rischia infatti di far lievitare la pressione fiscale sul prodotto dal precedente dieci per cento fino a un complessivo trentasette e mezzo per cento. Questa imposta combinata deriverebbe da un primo dazio del venticinque per cento suggerito dall’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti il 2 giugno, a cui si è aggiunta la successiva proposta della Casa Bianca, presentata il 3 giugno, per un ulteriore dodici e mezzo per cento legato a indagini su presunte irregolarità nelle pratiche lavorative interne, condotte secondo l’articolo 301 del Trade Act.
La situazione appare delicata per l’industria del Brasile, che vede nel mercato nordamericano uno sbocco commerciale di primo piano. Il caffè istantaneo rappresenta circa il dieci per cento delle esportazioni complessive di caffè brasiliano verso gli Stati Uniti, a differenza del caffè verde e del tostato e macinato che godono attualmente dell’inclusione nell’elenco delle esenzioni tariffarie globali statunitensi in scadenza a luglio. Sebbene lo scenario sia complesso e non siano ancora state delineate contromisure ufficiali o reazioni immediate da parte dei vertici associativi brasiliani, si registra una moderata fiducia nella possibilità di avviare un confronto costruttivo. I canali di comunicazione con le controparti oltreoceano risultano infatti più accessibili rispetto al passato, offrendo spazi per l’invio di memorie scritte e la partecipazione a dibattiti istituzionali.
L’allarme per gli effetti di queste barriere doganali non si limita ai soli esportatori sudamericani, ma ha trovato una sponda importante all’interno degli stessi confini statunitensi già nel mese di maggio, in occasione del Seminario Internazionale sul Caffè a Santos. In quel contesto, le rappresentanze dei torrefattori e dei commercianti americani hanno sottolineato che il mantenimento di dazi così gravosi finirebbe per colpire direttamente l’economia domestica, gravando sul costo della vita di oltre trenta milioni di consumatori adulti che utilizzano quotidianamente il caffè istantaneo. La materia prima in questione, inoltre, non è solo un prodotto di largo consumo autonomo, ma costituisce un ingrediente industriale insostituibile per la fiorente industria americana delle bevande pronte da bere e del caffè freddo confezionato. Un rincaro di tale portata rischierebbe quindi di ripercuotersi sull’intera catena del valore e sui prezzi finali al dettaglio in un periodo già caratterizzato dall’attenzione ai rincari della spesa.
Le diplomazie economiche e le organizzazioni degli esportatori sono impegnate a monitorare l’evoluzione delle indagini della Sezione 301, i cui esiti formali sono attesi entro i primi giorni di luglio. Alcune delegazioni sindacali e industriali si sono già attivate direttamente a Washington per seguire l’andamento del dossier. Tra le priorità assolute vi è la salvaguardia dello status del caffè verde in grani e del caffè tostato, i quali pur rappresentando una quota inferiore allo zero virgola cinque per cento dell’export complessivo, rimangono strategici per l’equilibrio degli scambi bilaterali. L’obiettivo comune resta quello di dimostrare la conformità delle produzioni e l’importanza del libero flusso commerciale, ventilando tra le opzioni percorribili anche la negoziazione di un accordo bilaterale specifico volto a neutralizzare l’impatto dei dazi prima del termine per la raccolta dei commenti, fissato al 6 luglio 2026, e delle successive udienze pubbliche calendarizzate per il 7 luglio 2026.


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