Dimenticate la vecchia geografia della tazzina dominata esclusivamente dai colossi sudamericani. I dati dell’ultimo report di gennaio 2026 fotografano un mercato in piena metamorfosi, dove le rotte commerciali si spostano verso est e nuovi protagonisti riscrivono le gerarchie della produzione globale, approfittando di un momento di stasi dei leader storici.
La Classifica della Produzione
L’analisi dei volumi movimentati nell’ultimo trimestre rivela una competizione serrata, con il Sud-est asiatico e l’Africa che guadagnano terreno su un Sud America in momentanea difficoltà.
- Brasile: Nonostante rimanga il primo produttore mondiale, ha chiuso dicembre 2025 con un calo dell’11,1% nelle esportazioni. La causa è la ciclicità negativa del raccolto di Arabica e piogge abbondanti nel Minas Gerais che, pur promettendo bene per il futuro, hanno rallentato le operazioni attuali.
- Vietnam: Con un balzo del 31,1%, consolida la sua posizione. Non solo esporta chicchi, ma domina il mercato del caffè solubile, di cui è il primo fornitore mondiale.
- Colombia: Mantiene il podio, ma con segnali di stanchezza. Le esportazioni sono calate del 18,9%, suggerendo che il Paese abbia raggiunto un tetto produttivo difficile da superare senza nuovi investimenti strutturali.
- Indonesia: In netta ripresa (+58,4%), trainata dalla forte domanda di varietà Robusta.
- Uganda: È il Paese con la crescita più solida e strutturale. Ha esportato oltre 8 milioni di sacchi nell’ultima annata e punta ai 20 milioni entro il 2030.
- India: Pilastro della regione Asia-Oceania, che complessivamente è cresciuta del 32,6%.
- Honduras: Protagonista di un recupero record (+215%), dopo anni segnati da tempeste tropicali.
- Etiopia: Cresce del 3,2%, riuscendo a sottrarre quote di mercato al Brasile nel segmento dei Brazilian Naturals.
- Perù: Sfrutta l’anno di carica del suo ciclo biologico biennale per segnare un +62%.
- Nicaragua: Chiude la top 10 con un incremento del 133%, a dimostrazione che il Centro America è tornato pienamente in gioco.
Chi sale e chi scende: l’analisi dei trend
Il dato più sorprendente riguarda la geografia delle esportazioni. Il Sud America è l’unica regione al mondo ad aver registrato il segno meno (-15,0%), appesantito dalle performance negative di Brasile e Colombia. Al contrario, l’Asia e l’Oceania volano con un +38,4%, seguite da un’Africa rinvigorita.
L’Uganda merita una menzione speciale: il report evidenzia come la sua crescita non sia un caso isolato o stagionale, ma il risultato di una strategia di lungo periodo che la sta rendendo il nuovo hub africano del caffè.
Prezzi e Logistica: le sfide del 2026
Nonostante la produzione in alcuni Paesi sia abbondante, il mercato deve fare i conti con i colli di bottiglia logistici. Dopo un tentativo di ripresa dei transiti durato circa tre settimane tra la metà di gennaio e l’inizio di febbraio 2026, la situazione nel Mar Rosso è tornata instabile a causa di nuove tensioni geopolitiche, costringendo il settore a convivere con rotte deviate e costi logistici strutturalmente superiori ai livelli pre-crisi.
Sul fronte dei prezzi, l’ICO Composite Indicator Price (I-CIP) è sceso del 2,6% a gennaio, assestandosi su una media di 296,89 centesimi di dollaro per libbra. È un valore che gli esperti definiscono di equilibrio: abbastanza alto da permettere agli agricoltori di investire nelle piantagioni, ma non così eccessivo da frenare i consumi globali.
In conclusione, il 2026 si apre come l’anno della diversificazione. Mentre il Brasile attende il prossimo ciclo di carica, il mondo sta imparando a bere sempre più caffè ugandese, vietnamita e indonesiano, ridisegnando una tazzina sempre più globale e meno dipendente dai singoli giganti sudamericani.










