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  • Ghana: 148 milioni di euro per salvare il settore del cacao

    Ghana: 148 milioni di euro per salvare il settore del cacao

    La crisi dell’oro nero africano in Ghana tenta la via del decongestionamento finanziario attraverso un’iniezione di liquidità massiccia a ridosso delle elezioni presidenziali. Dopo settimane di fortissime tensioni politiche, proteste dei coltivatori rimasti senza liquidità e le pesanti accuse di default tecnico mosse dalle agenzie di acquisto, il Ghana Cocoa Board ha annunciato lo stanziamento straordinario di due miliardi e seicento milioni di cedis ghanesi, equivalenti a circa 170 milioni di dollari, a favore delle società di acquisto autorizzate. Questa mossa d’urgenza punta a disinnescare la bomba sociale che minacciava di bloccare i porti e paralizzare la filiera, soprattutto considerando che la prima parte della stagione aveva già visto l’erogazione statale di oltre 34 miliardi di cedis.

    La ripartizione di questo nuovo fondo rivela la gravità dell’esposizione debitoria in cui versavano le campagne: circa 1,4 miliardi di cedis saranno vincolati esclusivamente al saldo dei pagamenti arretrati per i chicchi che i contadini avevano dovuto cedere a credito nei mesi scorsi. L’ente regolatore ha rassicurato il pubblico sul fatto che nessun agricoltore rimarrà escluso dai compensi e ha istituito un sistema di monitoraggio interno per verificare che le agenzie non dirottino il denaro, invitando i produttori con pendenze a rivalersi direttamente sui propri intermediari. Nel ringraziare la categoria per la pazienza dimostrata in una congiuntura definita ufficialmente complessa, le autorità cercano così di riaffermare l’impegno del governo nella tutela del settore.

    Sebbene la misura provi a tamponare l’indigenza dei distretti rurali denunciata anche dai rapporti indipendenti della politica nazionale, la stabilità strutturale del comparto resta legata alle riforme nate durante i tavoli tecnici di metà anno. Per limitare l’impatto della volatilità dei futures di New York e Londra, che ha già imposto un taglio del 30 percento sul prezzo garantito per il raccolto intermedio fissato a 2.587 cedis per sacco, il Ghana sta accelerando la transizione verso un modello di finanziamento domestico che superi i vecchi prestiti internazionali. Parallelamente, la cooperazione transfrontaliera ha registrato una svolta strategica: per combattere il contrabbando, Ghana e Costa d’Avorio hanno concordato di allineare i prezzi minimi e di anticipare all’inizio di settembre l’avvio sincronizzato della nuova stagione agricola.

  • Cacao alle stelle: prezzi ai massimi da sei mesi per il maltempo

    Cacao alle stelle: prezzi ai massimi da sei mesi per il maltempo

    La crisi climatica continua a scuotere i mercati internazionali delle materie prime, innescando una nuova tempesta sul prezzo del cacao. Nella giornata di mercoledì, le quotazioni hanno registrato un netto rialzo per la terza sessione consecutiva, portando i listini di New York ai massimi degli ultimi sei mesi e quelli di Londra ai livelli più alti degli ultimi sette mesi.

    Alla base di questa impennata verticale, che si protrae ormai da tre settimane, ci sono le piogge torrenziali e le devastanti inondazioni che stanno flagellando la Costa d’Avorio e il Ghana, i due paesi dell’Africa occidentale che insieme garantiscono oltre il sessanta per cento dell’offerta mondiale di cacao. La situazione sul campo è drammatica, con un bilancio umanitario pesante che nella sola Costa d’Avorio ha già fatto registrare decine di vittime e costretto decine di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.

    Il maltempo sta paralizzando l’intera filiera produttiva e logistica. Le strade rurali sono completamente allagate e impraticabili, bloccando di fatto l’accesso degli agricoltori alle piantagioni e impedendo il trasporto dei chicchi verso i porti principali per l’esportazione. A questo si aggiunge un grave allarme fitosanitario: l’eccesso di umidità e la persistente mancanza di sole stanno impedendo la corretta essiccazione del raccolto e stanno favorendo la rapida diffusione di malattie distruttive per gli alberi, come il marciume bruno e il marciume nero.

    Con i terreni ormai saturi d’acqua e le previsioni meteorologiche che annunciano ulteriori precipitazioni sopra la media per le prossime settimane, lo spettro di un drastico calo della produzione globale mantiene i mercati in forte tensione, mentre gli analisti guardano con preoccupazione anche ai possibili risvolti della successiva stagione calda.

  • Cile, l’export di arance punta a 134mila tonnellate nel 2026

    Cile, l’export di arance punta a 134mila tonnellate nel 2026

    Le esportazioni di agrumi dal Cile si apprestano a registrare una crescita complessiva del 6% nella stagione 2026, raggiungendo le 530.000 tonnellate complessive. In questo scenario di sviluppo, il comparto delle arance riveste un ruolo di primo piano, con una previsione di export pari a 134.000 tonnellate. Gli Stati Uniti si confermano il partner commerciale di riferimento, assorbendo circa l’80% delle spedizioni totali cilene, affiancati dall’America Latina come ulteriore destinazione strategica per i flussi della merce.

    L’avvio delle spedizioni di arance è previsto per l’inizio di luglio, leggermente in anticipo rispetto alla norma ma in perfetta linea con i programmi commerciali. Per quanto riguarda le varietà, i primi flussi commerciali si concentreranno sulle arance Navel, per poi lasciare spazio, verso la fine del mese di luglio, anche alle varietà Cara Cara. Dal punto di vista qualitativo, i frutti beneficiano di una stagione di crescita caratterizzata da condizioni meteorologiche favorevoli, con scarse precipitazioni e un’assenza di problemi legati al gelo, elementi che hanno favorito lo sviluppo di calibri normali e standard qualitativi eccellenti.

    La transizione commerciale verso il prodotto cileno risulta particolarmente favorevole sul mercato statunitense a causa della progressiva diminuzione dell’offerta interna. La produzione della California, infatti, ha risentito di problemi meteorologici all’inizio dell’anno, accelerando la necessità di passare al prodotto di importazione per garantire la continuità dei banchi di vendita con frutta di alta qualità. I dati relativi alla ventiquattresima settimana dell’anno mostrano che le esportazioni cilene di arance avevano già raggiunto le 1.902 tonnellate, gettando le basi per una stagione che si prolungherà fino alla fine di ottobre e ai primi giorni di novembre.

    Sul fronte competitivo internazionale, le arance cilene entreranno sul mercato in concomitanza con le ultime disponibilità di arance Valencia statunitensi ancora presenti nei canali distributivi. In questo contesto, gli operatori del settore sottolineano come i fattori determinanti per il successo commerciale della campagna saranno l’elevato standard qualitativo del prodotto, lo stato di conservazione della merce all’arrivo nei porti di destinazione e un’attenta selezione delle calibrature.

  • L’UE consuma il 24% del caffè mondiale: Italia leader nella torrefazione

    L’UE consuma il 24% del caffè mondiale: Italia leader nella torrefazione

    Il ruolo strategico del caffè nell’economia del vecchio continente e le sue sfide evolutive sono stati i temi centrali della sessione dedicata all’impatto economico del comparto in Europa, presentata il 25 giugno 2026, durante una tavola rotonda al World of Coffee a Bruxelles. I dati emersi confermano l’Unione Europea come il massimo mercato mondiale del settore, con consumi che coprono quasi un quarto, precisamente il 24% del totale globale. Per alimentare questo immenso comparto, l’Unione Europea ha importato nel corso del 2025 ben 2.900.000 tonnellate di caffè, equivalenti a 48.300.000 di sacchi tra prodotto verde e torrefatto, per un valore economico complessivo stimato in 18.700.000.000 di euro.

    L’analisi dei flussi commerciali evidenzia una fortissima concentrazione geografica per l’approvvigionamento del mercato europeo. Brasile e Vietnam si confermano saldamente i massimi fornitori esterni, coprendo da soli oltre la metà dei volumi totali. Nello specifico, il Brasile guida la classifica con il 34,2% delle importazioni, pari a poco più di 1.000.000 di tonnellate, seguito dal Vietnam che si attesta al 20% con 587.000 tonnellate. Il resto dell’import è frammentato tra altri 6 paesi chiave che, insieme ai primi 2, compongono l’85% delle forniture extra-comunitarie, ovvero Uganda con l’8,9%, Colombia con il 5,5%, Honduras con il 4,6%, Etiopia con il 4,5%, India con il 3,8% e Indonesia con il 3,7%. Sul fronte interno, i flussi in ingresso verso il continente sono gestiti quasi interamente da un ristretto gruppo di paesi, con Germania e Italia in testa alla graduatoria dei massimi importatori, seguiti da Spagna, Belgio, Olanda e Francia. L’Italia si distingue ulteriormente nel ruolo di primo produttore di caffè torrefatto.

    Lo studio storico dei flussi mostra un andamento caratterizzato da una spiccata volatilità negli ultimi anni, condizionato da fattori logistici, economici e climatici. Le importazioni di caffè verde sono passate dai 2.800.000 di tonnellate registrati nel 2020 a 2.810.000 nel 2021, toccando un picco storico di 2.970.000 di tonnellate nel 2022. A questo record è seguita una contrazione a 2.670.000 nel 2023, una successiva ripresa a 2.920.000 nel 2024 e una nuova e leggera flessione che ha portato il dato definitivo del 2025 a 2.860.000 di tonnellate. Nonostante queste oscillazioni nei volumi, l’analisi economica ha evidenziato la forte resilienza del comparto, che sta affrontando una transizione strutturale guidata dal segmento del caffè specialty e di alta qualità, con consumatori disposti a spendere di più per prodotti tracciabili e di origine selezionata, compensando la stagnazione dei canali di vendita tradizionali della grande distribuzione.

    Le principali preoccupazioni emerse durante i dibattiti a Bruxelles riguardano l’impatto dei costi delle materie prime e le crescenti pressioni che gravano sulla filiera a causa delle anomalie meteo nei paesi d’origine. I rincari record del 2025 delle varietà Arabica e Robusta continuano a comprimere la redditività delle torrefazioni europee, costrette a bilanciare l’aumento dei costi operativi con la difesa del potere d’acquisto dei consumatori finali. Le conclusioni della sessione hanno tracciato la necessità di investire nell’innovazione tecnologica e nella digitalizzazione per garantire la trasparenza richiesta delle nuove normative comunitarie in materia di sostenibilità e deforestazione, promuovendo inoltre la cultura del caffè d’eccellenza per trasformare il consumo quotidiano in un’esperienza di valore e mantenere la leadership economica europea attraverso la qualità e la responsabilità sociale.

  • Allarme arance spagnole: tra alberi da abbattere e danni da parassiti

    Allarme arance spagnole: tra alberi da abbattere e danni da parassiti

    Il settore delle arance nella Comunità Valenciana sta attraversando un momento di apprensione a causa del sovrapporsi di minacce fitosanitarie, con il virus della clorosi a venatura gialla e una forte pressione parassitaria che mettono a rischio la tenuta delle coltivazioni.

    Nella provincia di Alicante la situazione appare particolarmente critica. Il virus della clorosi a venatura gialla, una patologia che inizialmente non sembrava riguardare questa specie, ma soltatnto i limoni, ha iniziato a colpire gli aranci, portando a una revisione al rialzo delle stime sulle piante che potrebbero dover essere rimosse, il cui numero oscilla ora tra le 500.000 e le 700.000 unità. Ad Albatera si è già proceduto all’estirpazione di circa 3.000 aranci della varietà Navelino, e operazioni analoghe sono state condotte in altri comuni della zona, tra cui Torremendo, La Murada e Algorfa. La peculiarità del virus negli aranci risiede nella totale assenza di sintomi visibili sia sulle piante sia sui frutti; tuttavia, lo sradicamento e la pulizia dei frutteti si sono resi necessari per motivi precauzionali, al fine di eradicare completamente la malattia ed evitare che gli aranci, agendo da vettori asintomatici, possano diffondere l’infezione ad altre specie agrumicole più sensibili.

    Le indagini indicano che la diffusione della malattia sia avvenuta attraverso piantine infette provenienti da vivai e impiegate in circa 500 appezzamenti piantati tra il 2024 e il 2025, concentrati principalmente nelle regioni di Camp d’Elx e Vega Baja. Nella provincia di Valencia, dove pure è stata riscontrata la presenza della clorosi a venatura gialla, la gestione del problema segue dinamiche differenti grazie alla diversa composizione dei frutteti locali, che riduce il rischio di propagazione incrociata. Dal punto di vista agronomico, una volta completata la rimozione degli aranci infetti è possibile procedere immediatamente a nuove piantumazioni senza dover rispettare un periodo di quarantena, a patto di utilizzare materiale sano e certificato.

    Oltre all’allarme virus, le coltivazioni di arance della regione valenciana devono fare i conti con un’ondata di calore che ha favorito la proliferazione di diversi parassiti, proprio in una fase delicata come quella successiva all’allegagione delle varietà precoci. I campi registrano la presenza del ragnetto rosso, della cocciniglia sudafricana e della mosca mediterranea della frutta, a cui si aggiunge il tripide sudafricano. Quest’ultimo si sta diffondendo rapidamente ed è già stato rilevato in oltre 300 comuni della regione, colpendo soprattutto i giovani agrumeti e ostacolando la crescita degli alberi appena piantati.

    La difesa delle colture è resa complessa dalla progressiva riduzione dei principi attivi fitosanitari autorizzati e dalla carenza di alternative efficaci sul mercato. Questa combinazione di parassiti e limitazioni nei trattamenti si riflette direttamente sulla qualità della produzione, causando danni estetici che riducono la quota di arance idonee al mercato del fresco. Di conseguenza, si stima che una quota compresa tra il 20% e il 25% del raccolto debba essere dirottata verso l’industria di trasformazione, un canale che storicamente garantisce una minore redditività rispetto al consumo fresco. Di fronte a questo scenario, il comparto agricolo evidenzia la necessità di potenziare i sistemi di diagnosi precoce, la ricerca applicata e lo sviluppo di strategie di risposta rapida per salvaguardare il futuro della produzione di arance.

  • Allarme globale per il caffè: il ritorno di El Niño mette a rischio i raccolti futuri

    Allarme globale per il caffè: il ritorno di El Niño mette a rischio i raccolti futuri

    La rapida e intensa formazione del fenomeno climatico El Niño nella seconda metà del 2026 sta ridisegnando le prospettive del mercato globale del caffè, rimettendo le variabili meteorologiche al centro dell’attenzione di analisti e operatori. Secondo i dati osservativi ed oceanografici, l’anomalia termica si è sviluppata con una velocità inaspettata fin dall’inizio dell’estate, configurando uno scenario che vede una probabilità superiore al sessanta per cento del verificarsi di un evento di forte intensità, paragonabile a quello storico del periodo tra il 2015 e il 2016. Questa instabilità è destinata a condizionare l’offerta globale nei prossimi anni, agendo in modo differenziato ma altrettanto critico sulle principali aree mondiali di produzione.

    In Brasile, il più grande produttore ed esportatore mondiale, il raccolto della stagione attuale non dovrebbe subire contrazioni drastiche nei volumi complessivi, ma le anomalie meteorologiche già registrate continuano a creare forte volatilità sui mercati. Sebbene l’attuale andamento non comprometta nell’immediato l’offerta del Paese, le forti anomalie termiche previste per le prossime settimane mantengono alta l’attenzione sul potenziale impatto qualitativo e sui rischi di uno stress idrico per le piante. La vera preoccupazione si sposta così sulla successiva annata produttiva, poiché le alterazioni del clima e le temperature sopra la norma rischiano di indurre fioriture precoci e irregolari, compromettendo il potenziale genetico del ciclo successivo.

    Fuori dal continente sudamericano, i rischi legati a El Niño appaiono ancora più severi e immediati, con l’America Centrale e il Sud-Est asiatico indicati come le zone a maggiore vulnerabilità sia per la campagna agricola in corso sia per la successiva. In Vietnam, secondo i centri di monitoraggio idrometeorologico, l’influenza del fenomeno si tradurrà in ondate di calore prolungate e in un drastico deficit di precipitazioni. Le previsioni indicano temperature diffuse superiori alla norma da uno a due gradi Celsius negli ultimi mesi dell’anno, associate a una riduzione delle piogge compresa tra il 25 e il 50 per cento rispetto alle medie storiche. Questo scenario espone le regioni degli Altipiani Centrali a un rischio concreto di siccità e a una precoce intrusione di acqua salata nei sistemi di irrigazione, minacciando direttamente la salute delle piantagioni. Nonostante sia previsto un minor numero di tifoni totali nella regione costiera, i meteorologi avvertono che non si può abbassare la guardia, data la tendenza di El Niño a generare comunque precipitazioni record e alluvioni localizzate nell’arco di poche ore.

    Il mercato internazionale sta reagendo a queste minacce incrociate focalizzandosi sui rischi a medio e lungo termine, in un momento in cui le scorte globali certificate risultano già fortemente limitate. La prospettiva di un potenziale evento climatico estremo che possa prolungarsi fino all’inizio del 2027 mantiene alta la tensione sui prezzi della materia prima alla borsa di New York. Di conseguenza, molti coltivatori stanno modificando la propria strategia commerciale, riducendo il ritmo delle vendite correnti e trattenendo i lotti nei magazzini sia per capitalizzare eventuali nuovi rincari sia per tutelarsi preventivamente contro le incognite produttive dei prossimi cicli biennali.

  • Piogge in Brasile e scorte ai minimi: il caffè vola ai massimi da cinque mesi

    Piogge in Brasile e scorte ai minimi: il caffè vola ai massimi da cinque mesi

    Il mercato globale del caffè sta vivendo una fase di forte scossone e i prezzi internazionali sono volati ai massimi degli ultimi cinque mesi a causa del maltempo eccezionale che ha colpito il Brasile. Giugno, storicamente uno dei mesi più secchi e cruciali per la raccolta e l’essiccazione dell’Arabica, ha registrato quest’anno piogge straordinarie. Nel Minas Gerais, lo stato che guida la produzione nazionale, nell’ultima settimana del mese sono caduti ben 31,3 millimetri di pioggia, un dato sbalorditivo che supera quasi del 2000% la media storica del periodo. Questa ondata di maltempo fuori stagione ha paralizzato i lavori nei campi, innescando una reazione a catena che minaccia sia la quantità che la qualità del raccolto attuale, proprio mentre le scorte globali certificate della borsa di New York scivolano ai minimi degli ultimi due anni.

    I dati diffusi dalle principali cooperative del Paese descrivono una situazione di grave ritardo. Presso la Cooxupé, la cooperativa di produttori di caffè più grande al mondo, la raccolta ha raggiunto appena il 24,9 per cento della superficie totale, segnando il ritmo più lento dal 2018. Il rallentamento è evidente in tutti i distretti strategici, con San Paolo al 26,5 per cento e il Cerrado Mineiro che registra la performance peggiore, fermandosi al 16,2 per cento. Anche la Expocacer segnala un avanzamento di appena il 27 per cento rispetto al 35 per cento dello scorso anno. Nelle aree più elevate e piovose, come São Gotardo e Rio Paranaíba, si è riusciti a raccogliere appena il dieci per cento del prodotto previsto, evidenziando un ritardo operativo che in alcune municipalità tocca ormai i trenta giorni.

    Oltre a bloccare le macchine raccoglitrici e a rendere impraticabili le strade interne, l’umidità eccessiva sta provocando danni diretti ai frutti. Gli agronomi segnalano che le piogge battenti hanno causato la caduta a terra di circa il 25% dei chicchi maturi. Questo fenomeno aumenta drasticamente il volume del cosiddetto caffè macinato, ovvero i frutti che finiscono sul suolo umido dove fermentano rapidamente e rischiano di sviluppare muffe, perdendo gran parte del loro valore commerciale. Il problema si estende anche ai piazzali di essiccazione all’aperto, dove il caffè già raccolto è stato nuovamente bagnato, costringendo i produttori a un uso massiccio di essiccatori meccanici con un conseguente aumento dei costi energetici. Nelle aree come Araguari, si nota inoltre che molti frutti ancora verdi stanno passando troppo rapidamente alla fase di essiccazione, un’anomalia che rovinerà l’uniformità della maturazione.

    Le prospettive per i prossimi mesi restano avvolte nell’incertezza a causa delle previsioni meteorologiche, che annunciano un mese di luglio caratterizzato da forti anomalie e forti contrasti termici. Sebbene i primi giorni di luglio stiano garantendo una temporanea tregua asciutta a Patrocínio e nel Cerrado Mineiro, utile a riattivare i passaggi nei campi e asciugare le scorte bagnate, i centri meteorologici brasiliani prevedono l’arrivo immediato di un fronte polare che abbasserà bruscamente le temperature nel Sud di Minas e a San Paolo. Successivamente, per la metà e la fine del mese, si stabilizzerà un blocco atmosferico che farà impennare le temperature ben sopra la media estiva, con picchi di calore intensi che aumenteranno l’evapotraspirazione e accentueranno il deficit idrico dei terreni.

    Questa combinazione di shock climatici rischia di compromettere seriamente non solo la stagione in corso, ma anche i raccolti futuri. L’elevata umidità accumulata a giugno ha già provocato una fioritura precoce e indesiderata in diverse piantagioni del Cerrado Mineiro. La comparsa anticipata dei fiori, unita al forte caldo e alla siccità previsti per fine luglio, espone le piante a un grave stress termico e aumenta il rischio di proliferazione del punteruolo del caffè. Gli esperti del Centro di Studi Avanzati in Economia Applicata avvertono che questa maturazione irregolare inciderà pesantemente sulla produttività del prossimo anno. Di fronte a questo scenario e alle stime degli scienziati americani della Noaa, che danno al 67% la probabilità di un Super El Niño entro la fine dell’anno, i coltivatori brasiliani stanno riducendo al minimo le vendite di caffè, trattenendo i sacchi nei magazzini nella speranza di un ulteriore aumento dei prezzi e per tutelarsi contro i danni produttivi che si profilano all’orizzonte.

  • Agrumi in Brasile: i dati del nuovo inventario Fundecitrus

    Agrumi in Brasile: i dati del nuovo inventario Fundecitrus

    L’ente brasiliano Fundecitrus ha recentemente pubblicato l’inventario degli aranci della regione di San Paolo e della fascia agrumicola del Minas Gerais ovest-sud-ovest, offrendo una fotografia dettagliata e aggiornata. Questo imponente studio, giunto alla sua dodicesima edizione e condotto nei primi mesi dell’anno, ha richiesto un investimento di oltre cento professionisti, che hanno percorso più di 435 mila chilometri visitando circa 4.900 appezzamenti, ha permesso di raccogliere dati con il massimo rigore scientifico, supportati anche da immagini satellitari ad alta definizione.

    I dati indicano che gli agrumeti occupano oggi complessivamente 410.974 ettari, registrando un incremento dell’1,4% rispetto all’anno precedente. All’interno di questa superficie, le principali varietà di arance destinate principalmente all’industria rappresentano 400.260 ettari, con una variazione positiva trainata soprattutto dal settore nord, dove si registra una forte crescita, contrapposta a una contrazione nel settore sud. Le restanti varietà di arance, indirizzate prevalentemente al mercato del fresco, occupano invece 10.714 ettari, segnando una crescita di circa il 4% per questo segmento, che risulta storicamente concentrato per il 76% nei settori sud e sud-ovest della regione, in particolare nelle aree agrumicole di Limeira e Porto Ferreira.

    La varietà Pera rimane la regina indiscussa della fascia agrumicola con circa 78,5 milioni di alberi, una quota che rappresenta il 36% del totale dei 212,37 milioni di piante censite. Altre varietà di grande rilievo per l’economia del comparto sono la Valencia, che conta circa 54 milioni di alberi, e la Hamlin, con circa 25,6 milioni di alberi. Dal punto di vista delle epoche di maturazione, la Citrus Belt conta 49,13 milioni di alberi di varietà precoci, generalmente raccolte tra maggio e agosto. Le varietà di mezza stagione, la cui raccolta avviene tra luglio e ottobre, ammontano a 78,57 milioni di alberi, mentre le varietà tardive rappresentano la fetta più consistente con 84,67 milioni di alberi, raccolti prevalentemente tra ottobre e gennaio.

    L’analisi strutturale mette in luce dati stabili per quanto riguarda l’età e la densità degli impianti. L’età media degli agrumeti maturi è di 11,8 anni, e la maggior parte degli alberi nella fascia agrumicola si concentra proprio in frutteti con più di dieci anni. La densità complessiva dei frutteti nell’inventario attuale è di 531 alberi per ettaro. Si nota tuttavia una chiara tendenza dei produttori all’infittimento dei nuovi impianti: i giovani frutteti in fase di impianto presentano infatti densità medie più elevate rispetto a quelli maturi, con 614 alberi per ettaro negli impianti realizzati nel 2024 e 626 alberi per ettaro in quelli realizzati nel 2025, per una media di 620 alberi per ettaro. Al contrario, i frutteti maturi mantengono una densità media inferiore, pari a 522 alberi per ettaro.

    Un capitolo cruciale per il futuro del settore è legato all’irrigazione e alla gestione delle fitopatie. Gli agrumeti irrigui rappresentano oggi il 50,23% della superficie coltivata ad arance nella Citrus Belt, circa cinque punti percentuali in più rispetto all’inventario precedente, con picchi che superano l’80% nelle regioni del Triângulo Mineiro e di Bebedouro. L’ammodernamento tecnologico si scontra tuttavia con sfide produttive complesse: le stime per il raccolto della stagione 2026-2027 prevedono infatti una produzione di 255,2 milioni di cassette da 40,8 chili, un dato inferiore del 12,9% rispetto all’annata precedente e del 14,6% rispetto alla media dell’ultimo decennio. Questa riduzione è causata da condizioni climatiche avverse che hanno ridotto del 17% il numero di frutti per albero, ma anche dalla forte incidenza del greening, la devastante malattia degli agrumi che ha innalzato il tasso di caduta prematura dei frutti di 0,5 punti percentuali.

    Proprio per rispondere alla pressione patogena del greening e salvaguardare i nuovi investimenti, i coltivatori stanno attuando una decisa strategia di espansione geografica verso aree di confine o completamente al di fuori della tradizionale Citrus Belt, dove prevenire la diffusione della malattia è più facile grazie a una minore pressione della malattia sul territorio. I dati ufficiali della Segreteria dell’Agricoltura dello Stato di San Paolo confermano la portata di questa migrazione: circa il 50% delle piante prodotte nei vivai dello Stato è stato spedito verso municipalità esterne alla storica fascia agrumicola. Di questa quota di nuove piantagioni extra-perimetro, il 49% è stato assorbito da altre aree del Minas Gerais, il 28% dal Mato Grosso do Sul, il 10% dal Paraná, il 7% dal Goiás e il restante 6% da altri Stati brasiliani, delineando una vera e propria mappa geopolitica dell’arancia nel tentativo di garantire la sostenibilità a lungo termine dell’agrobusiness nazionale.

  • Arance 2026/27: decollano i contratti industriali, ma il meteo frena il raccolto

    Arance 2026/27: decollano i contratti industriali, ma il meteo frena il raccolto

    Il mercato brasiliano delle arance per la stagione 2026/27 sta registrando un’accelerazione significativa dopo un avvio all’insegna della cautela, sebbene il maltempo stia ora imponendo un freno alle operazioni sul campo. Nel giro di una sola settimana, le dinamiche tra produttori e trasformatori industriali hanno subito un’importante evoluzione, spostando l’attenzione dai rigorosi standard qualitativi alle prime vere e proprie ondate di acquisti su larga scala.

    A metà giugno, le trattative procedevano a rilento. Secondo i dati del Centro di Studi Avanzati in Economia Applicata (Cepea), le grandi industrie del settore stavano dando la priorità assoluta alla lavorazione della frutta di propria produzione, limitandosi a ricevere i carichi di terzi solo sulla base di contratti precedentemente rinegoziati. In quel momento, i trasformatori si mostravano particolarmente selettivi: gli acquisti si concentravano quasi esclusivamente sulle varietà di mezza stagione provenienti dalle aree più avanzate del nord di San Paolo e del Triângulo Mineiro. Questa scelta era dettata da parametri di resa industriale e maturazione, dato che molti frutteti non avevano ancora raggiunto lo stadio ideale, mentre in altre regioni come il Paraná la qualità inferiore alle aspettative rischiava di frenare i prezzi. In questo contesto di offerta limitata, i prezzi avevano registrato un lieve incremento, attestandosi intorno ai 25,14 real per cassa da 40,8 chilogrammi.

    Negli ultimi giorni dello stesso mese lo scenario ha mostrato un cambio di passo. I ricercatori del Cepea hanno rilevato progressi sostanziali nelle trattative, con un incremento netto sia nella rinegoziazione dei contratti a breve termine sia nelle transazioni sul mercato spot. L’industria ha intensificato la frequenza degli acquisti di frutta da destinare alla trasformazione, segno che la stagione sta progressivamente entrando nel vivo, in linea con le previsioni che vedevano un aumento delle unità operative pronte a partire nel mese di luglio.

    Tuttavia, a dettare il ritmo non sono più solo le strategie commerciali, ma anche il meteo. Se da un lato la domanda dell’industria è cresciuta, dall’altro le recenti piogge che hanno colpito lo stato di San Paolo hanno imposto un brusco rallentamento alle attività di raccolta. Le precipitazioni intense hanno ridotto il ritmo delle operazioni sul campo e rischiano di compromettere il lavoro anche nei prossimi giorni. A questo ostacolo logistico si aggiunge la cautela degli stessi agrumicoltori: molti produttori ritengono che i volumi di frutta giunti a piena maturazione siano ancora limitati e preferiscono posticipare la raccolta e la pianificazione delle consegne alle fabbriche, in attesa di condizioni più favorevoli.

  • Cacao, firmato l’accordo tra IICA e CIRAD per accelerare l’agroecologia nei tropici

    Cacao, firmato l’accordo tra IICA e CIRAD per accelerare l’agroecologia nei tropici

    Il futuro del cioccolato si gioca tra la fitta vegetazione dell’Amazzonia peruviana e i laboratori di ricerca internazionali, dove scienziati e coltivatori stanno unendo le forze per salvare le piantagioni di cacao dalle devastanti crisi sanitarie e climatiche che minacciano il settore. Le recenti iniziative scientifiche e istituzionali delineate a metà del 2026 mostrano una chiara inversione di rotta per l’intera filiera, che ha deciso di puntare tutto sulla riscoperta della biodiversità selvaggia e su pratiche agronomiche sostenibili per contrastare la vulnerabilità di un mercato globale sempre più fragile.

    Nel cuore della valle di Huayabamba, in Perù, una complessa spedizione di dodici giorni nella foresta primaria ha portato all’identificazione e al campionamento di 165 alberi di cacao selvatico del tutto sconosciuti alla scienza. L’iniziativa, condotta nell’ambito del progetto Nativo dal centro di ricerca francese Cirad in stretta collaborazione con la cooperativa locale Choba Choba e l’alleanza Biodiversity e Ciat, risponde a un’esigenza drammatica dei coltivatori della regione. Da circa venticinque anni, infatti, la produzione locale si è concentrata quasi esclusivamente su cloni commerciali uniformi, come la varietà ad alta resa CCN51. Sebbene inizialmente redditizia, questa estrema omogeneità genetica ha azzerato le difese naturali delle piante, creando un terreno fertile per la proliferazione di parassiti e malattie che oggi arrivano a distruggere quasi la metà dei raccolti annuali.

    La bioprospezione degli alberi selvatici in Perù rappresenta un vero e proprio tesoro genetico per il futuro dell’industria. I ricercatori impegnati nella missione hanno raccolto dati ambientali, campioni di foglie per l’analisi del Dna, frutti e giovani germogli, garantendo la conservazione di queste varietà native attraverso la creazione di oltre 1.500 piante innestate in un giardino botanico specializzato e la nascita di circa cento nuovi semi. L’obiettivo fondamentale è studiare a fondo questo patrimonio per individuare tratti genetici capaci di offrire una naturale resistenza alle fitopatologie e una maggiore resilienza di fronte ai cambiamenti climatici globali. Oltre ai benefici agronomici, la riscoperta del cacao autoctono punta a sfruttare profili aromatici unici e di alta qualità, permettendo ai piccoli produttori di affrancarsi dalle logiche dei mercati di massa per accedere a segmenti commerciali d’eccellenza disposti a pagare un prezzo equo per la storia e la sostenibilità del prodotto.

    Questo sforzo sul campo si sposa perfettamente con la più ampia cornice istituzionale tracciata dal recente accordo quadriennale siglato tra l’Istituto Interamericano per la Cooperazione in Agricoltura e lo stesso Cirad. La partnership punta a connettere la ricerca scientifica con le politiche pubbliche per accelerare la transizione agroecologica in tutta l’America Latina e nei Caraibi. Nel settore specifico del cacao, l’attenzione degli esperti è focalizzata sullo sviluppo di sistemi agroforestali innovativi, capaci di integrare gli alberi di cacao in ecosistemi diversificati per ridurre drasticamente la dipendenza dai pesticidi e dagli agrofarmaci. Ricerche sul campo e progetti pilota avviati in Costa Rica stanno dimostrando come le pratiche agronomiche rispettose della biodiversità migliorino sensibilmente la salute complessiva del suolo e delle piante. I dati scientifici confermano che la consociazione del cacao con altre specie vegetali non solo frena la diffusione dei parassiti, ma rigenera il paesaggio rurale. La fusione tra la genetica antica recuperata nelle foreste primarie e le moderne tecniche di gestione integrata rappresenta oggi l’unica strategia concreta per assicurare la sopravvivenza economica dei produttori e la sostenibilità ambientale dell’intera filiera del cacao.