Gli Stati Uniti si apprestano a introdurre una nuova stretta commerciale nei confronti del Brasile, confermando l’entrata in vigore, a partire da oggi 22 luglio 2026, di una tariffa aggiuntiva del 25% su un’ampia selezione di merci provenienti dal Paese sudamericano. Il provvedimento arriva a conclusione di un’articolata indagine condotta ai sensi della Sezione 301 della legge sul commercio (Trade Act del 1974) da parte dell’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR).
Nonostante l’inasprimento generale delle barriere doganali, la misura finale prevede una lista strategica di prodotti totalmente esentati, all’interno della quale spiccano i due pilastri della prima colazione americana: il succo d’arancia e il caffè. Secondo le linee guida ufficiali del governo statunitense, il “carve-out” si applica a quelle materie prime che non sono prodotte in volumi sufficienti all’interno dei confini nazionali o la cui assenza finirebbe per devastare le catene di approvvigionamento interne, scatenando un’ondata inflazionistica a danno dei consumatori.
Nel caso del caffè, l’esenzione rappresenta un successo cruciale per la filiera. Inizialmente rimasto esposto al rischio dei dazi, anche il caffè istantaneo (compreso quello solubile non aromatizzato) è stato inserito all’ultimo momento nella lista delle merci protette. Un sospiro di sollievo per l’associazione degli esportatori brasiliani (Cecafe) e la National Coffee Association statunitense, che attraverso intense audizioni a Washington sono riuscite a tutelare un flusso d’importazione dal valore stimato tra i 2 e i 2,5 miliardi di dollari all’anno. Gli Stati Uniti, incapaci di soddisfare la domanda interna con coltivazioni locali, dipendono massicciamente dal raccolto brasiliano.
Parallelamente, la protezione accordata al succo d’arancia (sia concentrato che non) risponde alle forti criticità produttive della Florida, penalizzata negli ultimi anni da eventi climatici estremi e dalla piaga del greening degli agrumi. Senza le forniture dal Brasile, le aziende di trasformazione e i distributori alimentari statunitensi non sarebbero stati in grado di garantire le scorte sui scaffali dei supermercati.
Se da un lato la decisione dell’amministrazione americana preserva l’esportazione dei due prodotti simbolo dell’agricoltura brasiliana, dall’altro la nuova tariffa del 25% andrà a colpire duro altri comparti industriali di Brasilia, quali l’etanolo, la manifattura, i macchinari e il settore calzaturiero. Una mossa a doppio binario che prova a esercitare pressione politica ed economica sul governo brasiliano, evitando però di far pagare il conto finale ai cittadini americani direttamente al tavolo della colazione.










