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  • Brasile: El Niño rischia di tagliare la resa dei chicchi di caffè

    Brasile: El Niño rischia di tagliare la resa dei chicchi di caffè

    Il rischio che il fenomeno climatico El Niño rappresenta per la coltivazione del caffè in Brasile è legato all’alterazione dei modelli di precipitazione e all’insorgere di ondate di calore, in particolare durante i periodi critici di crescita come la fase di maturazione dei chicchi. Secondo le analisi di mercato, il fenomeno potrebbe non variare necessariamente il totale delle precipitazioni mensili, ma una concentrazione delle piogge in tempi ridotti rischierebbe di compromettere la produzione complessiva. Quando El Niño si manifesta in modo intenso o prolungato, il calore eccessivo e l’apporto idrico irregolare possono danneggiare la fioritura del caffè Arabica, oltre alle successive fasi di espansione e riempimento del chicco. I modelli climatici indicano una probabilità del 97% che il fenomeno persista fino al 2027, con un picco atteso tra ottobre e dicembre di quest’anno. Per la regione del Minas Gerais meridionale, snodo fondamentale per la produzione di Arabica, i periodi a maggior rischio di precipitazioni irregolari e temperature elevate sono individuati tra settembre e novembre.

    Storicamente, gli eventi El Niño hanno sempre comportato lievi riduzioni nell’offerta globale di caffè. Durante l’episodio registrato tra il 2023 e il 2024, classificato come intenso, si sono toccati record di temperatura globale legati anche al contesto generale del riscaldamento del pianeta. Attualmente il fenomeno presenta un’intensità moderata, ma il costante aumento delle temperature nell’Oceano Pacifico segnala la probabilità che le anomalie climatiche proseguano durante la fase critica del riempimento dei chicchi, momento in cui la carenza d’acqua può ridurre drasticamente la resa finale. Il monitoraggio costante delle previsioni meteorologiche a breve, medio e lungo termine si conferma quindi indispensabile per valutare l’impatto effettivo sul raccolto. Per quanto riguarda la varietà Robusta, i produttori dello stato dell’Espírito Santo hanno risposto alle recenti sfide idriche incrementando gli investimenti nell’irrigazione, la cui superficie è raddoppiata o triplicata rispetto alla grave siccità del periodo 2014-2016, pur dovendo affrontare i costi legati al dispendio energetico e allo stoccaggio delle riserve idriche.

  • Prezzi del caffè in aumento: le coperture short spingono le quotazioni

    Prezzi del caffè in aumento: le coperture short spingono le quotazioni

    I prezzi del caffè sui mercati internazionali continuano a mostrare un’ampia oscillazione, caratterizzata tuttavia da una tendenza al rialzo. A sostenere il sentiment dei listini è il progressivo accumulo di ritardi nella raccolta in Brasile, il principale Paese produttore al mondo, che ha spinto gli operatori finanziari ad aumentare le posizioni short per coprirsi dai rischi di contrazione dell’offerta.

    Le precipitazioni inaspettate registrate e previste nelle regioni chiave del Paese, in particolare nel Minas Gerais e nel Cerrado Mineiro, stanno ostacolando gravemente le operazioni sul campo. I dati diffusi dalla Cooperativa dei Coltivatori di Caffè del Cerrado mostrano come, a fine luglio, la raccolta del caffè Arabica nell’area servita dalla cooperativa abbia raggiunto il 66% delle piantagioni, evidenziando un chiaro ritardo rispetto al 70% registrato nello stesso periodo del 2025.

    Le piogge cadute di recente sono risultate persino superiori alle previsioni iniziali in diverse zone, bagnando il terreno proprio durante la fase di massima raccolta. L’eccessiva umidità del suolo ha causato l’interruzione temporanea di diverse attività agricole, rendendo particolarmente difficoltosi il trasporto, la raccolta meccanica e il recupero dei chicchi caduti a terra. Anche le rilevazioni dell’Istituto Nazionale di Meteorologia confermano il persistere di instabilità atmosferiche tra il Minas Gerais e lo stato di San Paolo, con un impatto diretto sulla regolarità dei lavori nei campi.

    Sul fronte della lavorazione, la cooperativa riferisce che il 46% del volume finora raccolto è già stato lavorato, con una resa media di 500 litri per sacco da 60 chilogrammi. Dal punto di vista qualitativo, si registra un ulteriore aumento della percentuale di chicchi selezionati, che si mantiene sopra la soglia del 15% complessivo. Tuttavia, le spedizioni continuano a presentare un’elevata proporzione di chicchi verdi e caffè macinato, fattori che incidono negativamente sulla qualità fisica dei lotti e della bevanda finale, imponendo maggiore cura e attenzione durante le fasi di classificazione e lavorazione.

    Questa combinazione tra rallentamenti logistici sul terreno, complessità nella gestione della qualità e avversità meteorologiche continua a frenare il ritmo delle forniture brasiliane destinate all’esportazione, alimentando la spinta rialzista sui mercati globali.

  • Arance in Spagna: la morsa del ragnetto rosso

    Arance in Spagna: la morsa del ragnetto rosso

    L’organizzazione agricola La Unió ha richiesto ufficialmente al Ministero dell’Agricoltura spagnolo la predisposizione urgente di un piano statale per contrastare l’avanzata del ragnetto rosso, un parassita che sta mettendo a dura prova la tenuta delle coltivazioni di arance nell’area mediterranea. L’allarme riguarda la progressiva perdita di efficacia dei trattamenti tradizionali e il rapido aumento dei costi necessari per proteggere i frutti, elementi che rischiano di compromettere la redditività e la competitività dell’intero comparto.

    La presenza prolungata dell’acaro sugli alberi d’arancio provoca danni diretti all’apparato fogliare, riducendo la capacità fotosintetica delle piante, indebolendo la vegetazione e causando un marcato deprezzamento estetico e commerciale del prodotto. Per contenere l’infestazione, molte aziende agricole sono costrette a intensificare gli interventi fitosanitari, con spese specifiche per i trattamenti che in diversi casi superano i duemilasettecento euro per ettaro, aggiungendosi a un quadro generale di rincari delle materie prime già particolarmente gravoso.

    La criticità della situazione è accentuata dall’emergere di fenomeni di resistenza da parte del parassita ai pochi principi attivi rimasti disponibili, a seguito delle progressive restrizioni normative adottate a livello europeo. La grande capacità di adattamento biologico dell’acaro, unita alla carenza di molecole alternative, rende indispensabile il coordinamento di una strategia nazionale orientata alla ricerca di nuove soluzioni di controllo chimico e biologico.

    Tra le proposte avanzate per tutelare la produzione di arance figurano l’istituzione di una rete di monitoraggio della sensibilità delle popolazioni del parassita, la semplificazione delle procedure per l’autorizzazione di nuovi prodotti, il ricorso a deroghe eccezionali in assenza di opzioni efficaci e un maggiore impulso allo studio di acari predatori utili per la lotta naturale. Accanto a queste misure, viene sottolineata l’importanza di sostenere la formazione dei tecnici e di promuovere visite sul campo da parte delle autorità ministeriali, così da verificare direttamente l’entità dei danni e garantire la tenuta economica delle coltivazioni di arance.

  • Svolta in Ghana: stop ai prestiti esteri per finanziare il cacao

    Svolta in Ghana: stop ai prestiti esteri per finanziare il cacao

    Il settore del cacao in Ghana sta avviando un profondo rinnovamento della propria struttura economica e finanziaria, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dai mercati esteri, valorizzare la materia prima locale e proteggersi dalla volatilità dei prezzi e dai rischi climatici. La riorganizzazione del comparto s’inserisce nel più ampio programma di riforme e stabilizzazione promosso dal Fondo Monetario Internazionale, che ha recentemente completato l’ultima revisione del piano di sostegno da tre miliardi di dollari destinato al paese africano.

    La novità principale riguarda il superamento del tradizionale sistema di finanziamento annuale basato su prestiti sindacati con banche estere, utilizzato per oltre un trentennio. L’ente regolatore locale del cacao, il Ghana Cocoa Board, ha deciso di passare a un modello di raccolta di fondi interni già a partire dalla campagna agricola 2026/27. Attraverso l’aiuto di consulenti e gestori di fondi, la nuova strategia prevede l’impiego dei fondi pensione nazionali e l’emissione di titoli commerciali in valuta locale per acquistare i raccolti dai contadini. Questo cambio di rotta mira a eliminare i costi legati agli interessi sui debiti esteri e a proteggere il settore dagli sbalzi dei listini mondiali, un fattore che in passato arrivava a bloccare quasi l’80% della produzione a garanzia dei crediti.

    Accanto al nuovo assetto finanziario, la strategia ghanese punta a sostenere le aziende di trasformazione locali per incrementare il valore aggiunto della filiera, riducendo progressivamente l’esportazione delle sole fave grezze. Per rafforzare questa posizione sui mercati internazionali, il Ghana sta inoltre lavorando per ampliare l’alleanza strategica già attiva con la Costa d’Avorio, promuovendo l’ingresso di altri importanti produttori della regione come Nigeria e Camerun. Un’intesa a quattro permetterebbe a questi paesi di mantenere un controllo condiviso su oltre il 70% della produzione globale di cacao, favorendo l’industria di trasformazione locale e garantendo una maggiore tutela ai coltivatori.

  • Mercati del cacao: la disponibilità cresce ma i prezzi restano instabili

    Mercati del cacao: la disponibilità cresce ma i prezzi restano instabili

    Il mercato globale del cacao attraversa una fase caratterizzata da un apparente paradosso: da un lato il miglioramento della disponibilità fisica della materia prima e dall’altro la persistenza di una fortissima instabilità dei prezzi. Dopo il grave deficit registrato nella stagione 2023/24, pari a circa 492.000 tonnellate, l’annata 2024/25 si è archiviata con un leggero surplus, stimato a maggio 2026 in circa 48.000 tonnellate. La produzione mondiale ha toccato i 4,723 milioni di tonnellate a fronte di una lavorazione di 4,628 milioni, portando le scorte finali a 1,320 milioni di tonnellate. Nonostante questo incremento e le previsioni di un ulteriore avanzo per il 2025/26, le quotazioni continuano a reagire con estrema nervosità alle notizie meteorologiche e alle stime sui futuri raccolti.

    I prezzi rimangono la componente più imprevedibile del settore. Nell’arco di dodici mesi i futures a New York hanno oscillato tra meno di 3.000 e quasi 9.000 dollari a tonnellata, ben al di sotto del picco storico di quasi 13.000 dollari sfiorato a fine 2024, ma comunque soggetti a sbalzi repentini. Durante il mese di luglio 2026 si sono verificate impennate di oltre il 13% in una sola seduta, con quotazioni che hanno superato i 6.400 dollari per poi crollare del 6% il giorno successivo e riassestarsi sotto i 6.000 dollari. Tale dinamica dimostra che la sola disponibilità di magazzino non basta a garantire la stabilità e che la scelta del momento in cui acquistare è diventata fondamentale per gli operatori.

    Sul fronte dell’offerta, l’Africa occidentale continua a rappresentare il baricentro e, al tempo stesso, il principale elemento di incertezza per l’equilibrio globale. Se da un lato la Costa d’Avorio ha registrato un netto recupero delle spedizioni verso i porti, superando i 2,09 milioni di tonnellate con un aumento del 21% rispetto alla stagione precedente, dall’altro le prospettive per il ciclo 2026/27 rimangono incerte. Le piogge intense di inizio estate hanno ostacolato il lavoro nelle piantagioni ivoriane e ghanesi, aumentando il rischio di malattie fungine. A ciò si aggiunge l’alta probabilità dello sviluppo di un fenomeno El Niño di forte intensità, capace di alterare l’alternanza tra precipitazioni e periodi secchi. Il Ghana deve inoltre fare i conti con problemi strutturali come il virus del rigonfiamento dei germogli, l’invecchiamento delle piante e la perdita di terreni agricoli dovuta all’estrazione mineraria illegale.

    In questo contesto si inserisce la rapida ascesa dell’America Latina, guidata dall’Ecuador. Grazie a rese medie per ettaro decisamente superiori a quelle africane e a un modello commerciale che garantisce ai coltivatori una quota maggiore del prezzo globale, l’Ecuador prevede di esportare oltre 623.000 tonnellate nel 2026. Le proiezioni di produzione per la stagione 2026/27 indicano che il paese potrebbe superare le 650.000 tonnellate, insidiando il Ghana come secondo produttore mondiale.

    La domanda globale mostra intanto profonde divergenze geografiche. La lavorazione del cacao in Europa ha subito un netto rallentamento, segnando un calo del 4,6% nel secondo trimestre del 2026 e chiudendo il primo semestre con 642.261 tonnellate, in flessione del 6,3% rispetto all’anno precedente. Al contrario, l’Asia sta vivendo una fase di forte espansione, con un aumento dell’attività di macinazione del 25,1% nel secondo trimestre, raggiungendo le 224.646 tonnellate. Negli Stati Uniti i dati più recenti mostrano invece una contrazione contenuta del 3,8%. Per far fronte ai costi elevati della materia prima, molti produttori di cioccolato hanno modificato le ricette e ridotto il peso delle confezioni, senza che ciò si sia tradotto in un calo omogeneo della domanda su scala globale.

    Oltre alle dinamiche di mercato e al clima, la filiera sta riorganizzando le proprie rotte di approvvigionamento in vista dell’applicazione del Regolamento Europeo sulla Deforestazione (EUDR). La normativa, che entrerà ufficialmente in vigore a fine dicembre 2026 per i grandi operatori e a metà 2027 per le realtà più piccole, impone la tracciabilità geografica dei lotti e la verifica dell’assenza di deforestazione. L’obbligo di documentare l’origine esatta della materia prima sta trasformando la tracciabilità in un requisito d’accesso indispensabile per il mercato europeo, ridefinendo le strategie di acquisto e la gestione della catena di fornitura a livello globale.

  • Florida, la svolta delle arance: quasi 13 milioni di casse e segnali di ripresa

    Florida, la svolta delle arance: quasi 13 milioni di casse e segnali di ripresa

    La lotta contro la malattia del greening, la più grave minaccia per la coltura dell’arancio a livello globale, sta attraversando una fase decisiva che vede contrapposte le emergenze stagionali in America Latina e le innovative risposte scientifiche e produttive negli Stati Uniti e in Brasile.

    Con l’inizio della seconda metà dell’anno, gli aranceti entrano in un periodo estremamente delicato per la diffusione del batterio responsabile dell’inverdimento dei frutti. Tra luglio e ottobre si concentra infatti la gran parte della germinazione annuale delle piante d’arancio. Le piogge stagionali intensificano la formazione di giovani germogli che rappresentano il bersaglio ideale per la psilla, l’insetto vettore della patologia. Nelle prime settimane di luglio si registra regolarmente un netto incremento nella presenza dell’insetto, con catture nelle trappole di monitoraggio quasi triplicate rispetto alle medie annuali. Questa impennata della popolazione parassitaria impone un rafforzamento dei trattamenti fitosanitari negli aranceti, indispensabile per proteggere la vegetazione fino a quando le foglie non completano lo sviluppo e diventano meno recettive all’attacco.

    Parallelamente alla difesa immediata sul campo, la ricerca biotecnologica sta lavorando a soluzioni genetiche a lungo termine. A seguito della scoperta di specie di agrumi selvatici e non commerciali resistenti al greening, gli scienziati stanno cercando di trasferire tali meccanismi di difesa nelle varietà di arancio dolce destinate al mercato. Poiché il confronto diretto tra il genoma dell’arancio e quello delle specie resistenti è reso complesso da profonde differenze morfologiche, la strategia attuale si basa su incroci controllati. Analizzando le regioni del DNA associate alla resistenza, note come loci di tratti quantitativi, i ricercatori combinano la selezione vegetale classica con la genetica molecolare per guidare la prole. Attraverso successive generazioni di reincroci con specie progenitrici dell’arancio moderno, l’obiettivo è sviluppare nuove varietà commerciali di arance capaci di respingere il batterio mantenendo inalterate le qualità organolettiche e la resa agronomica.

    Sul fronte della produzione, segnali di concreto recupero arrivano dalla Florida, dove l’intero comparto delle arance mostra i primi e significativi segni di ripresa dopo anni di continuo calo produttivo. Nonostante le recenti difficoltà legate alle gelate e alla pressione delle malattie, le ultime stime indicano una produzione salita a quasi tredici milioni di casse di arance, segnando un’inversione di tendenza storica. Questo risultato è il frutto di ingenti investimenti nei programmi di reimpianto, di terapie più efficaci contro l’inverdimento e dell’ottimizzazione delle pratiche di gestione agronomica.

    A sostenere la ripresa del settore delle arance contribuisce anche la modernizzazione degli standard federali statunitensi relativi al succo d’arancia. L’aggiornamento dei requisiti minimi di grado Brix consente di utilizzare una quantità maggiore di arance locali nella trasformazione industriale, senza alterare il profilo gustativo percepito dal consumatore finale. La convergenza tra progressi scientifici, adeguamenti normativi e tenuta delle rese agricole sta fornendo al comparto delle arance le basi per superare la fase di pura sopravvivenza e pianificare un nuovo ciclo di crescita economica e produttiva.

  • Succo d’arancia sudafricano, crollo dei prezzi e scorte invendute

    Succo d’arancia sudafricano, crollo dei prezzi e scorte invendute

    Il settore delle arance sudafricane si trova ad affrontare una delle stagioni più complesse degli ultimi tempi, in cui l’abbondanza del raccolto si scontra con una profonda crisi della catena logistica e di trasformazione industriale. Nella provincia settentrionale di Limpopo, cuore pulsante della produzione agricola del paese, i coltivatori stanno vivendo una situazione paradossale: gli alberi sono carichi di frutti, ma il sistema commerciale non è in grado di assorbirli.

    La difficoltà principale si registra sul fronte della trasformazione. Le fabbriche di succo d’arancia del paese si trovano in uno stato di completo sovraccarico e saturazione dei serbatoi, con scorte accumulate sufficienti a coprire i prossimi diciotto mesi. Questa paralisi industriale impedisce agli impianti di ritirare la frutta fresca dai produttori locali, costringendo i centri di confezionamento a bloccare le attività o a smaltire i frutti in eccesso scavando buche nei terreni. Il crollo del valore del concentrato di succo da industria, precipitato a una frazione delle quotazioni di pochi anni fa, descrive chiaramente la portata del blocco.

    A complicare il quadro intervengono i pesanti ostacoli del trasporto marittimo e del contesto geopolitico. Le tensioni in Medio Oriente e le difficoltà logistiche globali hanno provocato una grave carenza di container refrigerati e una triplicazione dei costi di spedizione. I tempi di transito per i mercati esteri si sono allungati drasticamente, superando in molti casi i cinquanta giorni a causa dei frequenti trasbordi, mentre l’incertezza sui tassi di cambio e i rincari di fertilizzanti e carburante continuano a erodere i margini di guadagno degli agricoltori.

    Sui mercati internazionali, la presenza delle arance egiziane in Medio Oriente e la crescente autosufficienza della Cina stanno riducendo gli spazi di manovra storici per gli esportatori sudafricani. Di fronte al rischio concreto di una sovrapposizione tra la produzione dell’emisfero australe e i raccolti di quello settentrionale, le aziende agricole sono costrette a rivedere profondamente la propria strategia di distribuzione, puntando a contenere le spese aziendali e a individuare nei mercati del continente africano una soluzione alternativa per alleggerire la pressione sui canali tradizionali.

  • El Niño e arance peruviane: export giù del 43%

    El Niño e arance peruviane: export giù del 43%

    La stagione agrumicola del Perù si trova ad affrontare uno dei periodi più complessi e delicati degli ultimi anni, guidata dall’impatto distruttivo del fenomeno climatico noto come El Niño. I dati diffusi dall’associazione di categoria ProCitrus delineano un quadro di forte contrazione per la produzione e l’esportazione di arance, la cui flessione ha raggiunto il quarantatre per cento al termine delle prime ventisette settimane dell’anno.

    L’origine di questo significativo crollo risiede nelle alterazioni termiche e meteorologiche scatenate da El Niño. L’assenza delle tipiche escursioni termiche fredde e la presenza costante di temperature ben al di sopra della media stagionale hanno direttamente interferito con la fisiologia della pianta. Le alte temperature non compromettono la qualità interna del frutto, che mantiene livelli adeguati di zuccheri e succhi, né la dimensione complessiva della polpa, ma bloccano e ritardano la maturazione esterna della buccia, che stenta a virare verso il tipico colore arancione brillante.

    Questo ritardo cromatico pone i produttori di fronte a un dilemma di difficile gestione. Lasciare le arance più a lungo sugli alberi nell’attesa che la buccia raggiunga la colorazione ottimale innesca un naturale processo di senescenza del frutto. Una permanenza prolungata sul ramo riduce il livello di acidità e rischia di portare il prodotto a un deperimento precoce, esponendolo al rischio di diventare del tutto invendibile.

    Agli stravolgimenti climatici si sommano fattori di natura agronomica ed economica. L’andamento della produzione risente dell’effetto di un ciclo biologico a rotazione, che alterna naturalmente annate di altissima resa ad anni di scarico, oltre alla concorrenza di un mercato locale particolarmente favorevole che nella prima parte dell’anno ha assorbito grandi volumi di frutta prima ancora che potessero essere destinati alle rotte dell’esportazione.

    Sul fronte commerciale, le conseguenze di El Niño creano scenari ambivalenti. La concentrazione dei volumi di raccolta nelle settimane successive al ritardo iniziale non dovrebbe provocare un crollo improvviso dei prezzi, poiché la concorrenza di paesi vicini come il Cile, ancora fermo nelle spedizioni delle sue varietà tardive, rimane limitata. Allo stesso tempo, sui mercati asiatici, storicamente molto rigidi riguardo ai difetti estetici delle merci, i clienti stanno dimostrando di accettare anche le arance a buccia verdastra, spinti da una domanda elevata e dalla carenza di fornitori alternativi in questa precisa finestra temporale.

    Le inquietudini dei coltivatori e degli esperti si spingono tuttavia oltre il raccolto corrente, proiettandosi sulle stagioni future. L’instabilità termica legata a El Niño e la mancanza di ore di freddo rischiano di alterare l’intensità e i tempi della fioritura degli aranceti, minacciando le rese dei prossimi anni. Inoltre, l’incremento dell’umidità ambientale crea le condizioni ideali per la proliferazione di parassiti, quali acari e insetti, e per lo sviluppo di infezioni fungine, sottoponendo le coltivazioni a un forte stress fitosanitario.

  • Mercato del cacao: l’Europa riduce la macinazione nel 2026

    Mercato del cacao: l’Europa riduce la macinazione nel 2026

    Il settore della lavorazione del cacao in Europa registra un netto ridimensionamento della domanda industriale, evidenziando una contrazione progressiva dell’attività di macinazione. Secondo i dati pubblicati dall’European Cocoa Association (ECA), nel secondo trimestre del 2026 i volumi di fave di cacao lavorate si sono attestati a 316.366 tonnellate, segnando un calo rispetto alle 331.762 tonnellate trasformate nello stesso periodo dell’anno precedente. Tale flessione conferma la tendenza già emersa nei primi tre mesi dell’anno, quando il volume macinato era sceso a 325.895 tonnellate rispetto alle 353.522 del primo trimestre del 2025. Analizzando il consuntivo dei primi sei mesi del 2026, il quantitativo complessivo di materia prima trasformata si attesta a 642.261 tonnellate, registrando una flessione rispetto all’anno precedente, quando nello stesso arco temporale si erano superate le 685.000 tonnellate. Questo rallentamento appare ancora più evidente se confrontato con la traiettoria degli anni passati, evidenziando come l’industria europea stia progressivamente riducendo i ritmi di lavorazione rispetto ai picchi raggiunti tra il 2021 e il 2023. Il calo dell’attività industriale riflette una fase di incertezza per l’intero comparto, influenzato dal ridimensionamento dei consumi globali e dall’adeguamento delle catene di approvvigionamento al nuovo contesto economico del settore.

  • Il cacao tra aumento delle scorte e rischi di El niño

    Il cacao tra aumento delle scorte e rischi di El niño

    I mercati internazionali del cacao attraversano una fase di profonda instabilità, caratterizzata da repentine oscillazioni dei prezzi e forti tensioni speculative sostenute dalle dinamiche valutarie e dai timori climatici. Nel breve termine, le quotazioni hanno registrato un recupero dai minimi delle ultime tre settimane e mezzo, trainato principalmente dalle operazioni di ricopertura delle posizioni short seguite al calo dell’indice del dollaro dai suoi massimi mensili. Questo balzo giunge a margine di una pressione ribassista prolungata, alimentata da segnali di crescita dell’offerta globale. I dati provenienti dalla Costa d’Avorio indicano che le spedizioni verso i porti nell’attuale anno commerciale hanno raggiunto quota 2,11 milioni di tonnellate, segnando un incremento del 21% rispetto all’anno precedente, mentre le esportazioni della Nigeria hanno mostrato un balzo del 30% su base annua. A consolidare la pressione sui listini contribuisce anche l’accumulo delle scorte registrate presso l’ICE, giunte al livello più alto degli ultimi due anni.

    Nonostante questo temporaneo aumento delle scorte, la tendenza di medio e lungo periodo rimane fortemente esposta all’imminente arrivo del fenomeno climatico El Niño, che sta surriscaldando i mercati e ridisegnando i rischi di approvvigionamento per i paesi produttori. In Ecuador, dove la coltivazione si concentra lungo la costa a forte rischio inondazioni, il settore esportatore monitora con apprensione le previsioni internazionali, avvertendo che la volatilità potrebbe superare i livelli storici. L’impatto finanziario di questo evento climatico si sviluppa tipicamente in tre fasi ben definite: un’immediata reazione speculativa sui mercati dei future, una successiva contrazione della raccolta fisica con difficoltà di approvvigionamento, e un finale trasferimento dei maggiori costi sui prodotti alimentari destinati al consumatore, con un effetto che può protrarsi fino a venti mesi.

    I timori che El Niño possa causare gravi siccità nell’Africa occidentale, in particolare in Costa d’Avorio e Ghana, spingono gli operatori ad acquisti anticipati a scopo di copertura, alimentando il nervosismo sui contratti internazionali. Un evento atmosferico di forte intensità ridurrebbe drasticamente il raccolto di fine anno, invertendo la fase di stabilizzazione seguita ai record storici compresi tra i 10.000 e i 12.000 dollari a tonnellata. Sebbene le quotazioni si siano temporaneamente assestate attorno ai 5.400 dollari a tonnellata, la pressione rialzista resta evidente nei dati di periodo, che evidenziano un incremento dei prezzi del cacao dell’8,1% nell’ultimo mese e una crescita del 56,6% nell’arco dei sei mesi precedenti.