I consumatori di caffè negli Stati Uniti, già alle prese con i prezzi al dettaglio più alti dell’ultimo decennio, rischiano di subire le conseguenze economiche delle crescenti tensioni politiche tra Washington e il Nicaragua. La decisione del presidente nicaraguense Daniel Ortega di sospendere i processi elettorali nel paese centroamericano ha infatti scatenato la dura reazione del governo statunitense, che ha lasciato intendere possibili ripercussioni nelle relazioni bilaterali e l’introduzione di sanzioni o forti dazi commerciali.
Il Nicaragua ha da tempo nel caffè uno dei principali pilastri della propria economia, incassando circa mezzo miliardo di dollari all’anno dalle esportazioni globali. Gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di sbocco, assorbendo da soli il 35% di tutte le spedizioni all’estero del chicco nicaraguense. Un eventuale blocco o un inasprimento tariffario da parte di Washington colpirebbe duramente i piccoli agricoltori e l’economia del paese latinoamericano, ma al contempo finirebbe per appesantire ulteriormente il mercato interno americano.
Negli Stati Uniti i prezzi della materia prima rimangono eccezionalmente elevati, con medie al dettaglio giunte a 9,45 dollari al chilo a causa dei problemi di approvvigionamento degli ultimi anni e delle tariffe commerciali già in vigore. In questo scenario, le associazioni di categoria dell’industria del caffè statunitense stanno intensificando le pressioni sulle istituzioni affinché la bevanda venga esentata da qualsiasi nuova restrizione o dazio, riuscendo già a far inserire anche il caffè istantaneo nell’elenco dei beni esenti dalle tariffe. Con circa due terzi della popolazione americana che consuma caffè quotidianamente, l’andamento dei prezzi è diventato una questione economica e politica di primaria importanza, strettamente monitorata anche dal Congresso in vista delle prossime scadenze elettorali per evitare un ulteriore rincaro del costo della vita.


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