L’industria brasiliana del cacao sta registrando una decisa ripresa sul fronte dell’approvvigionamento interno, pur dovendo fare i conti con una domanda di prodotti trasformati che fatica ancora a decollare. Secondo i dati elaborati da SindiDados – Campos Consultores e diffusi dall’Associazione Nazionale delle Industrie di Trasformazione del Cacao (AIPC), nella prima metà del 2026 le aziende di trasformazione del Paese hanno ricevuto 95.108 tonnellate di materia prima. Si tratta di un balzo significativo, pari a un incremento del 63,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, che riporta i volumi sostanzialmente ai livelli registrati prima della grave crisi di offerta che ha colpito il settore nel 2023.
A trainare questo deciso incremento è stato in particolare il secondo trimestre dell’anno, durante il quale gli arrivi di cacao hanno toccato le 66.503 tonnellate, segnando una crescita del 64,5% rispetto al corrispondente periodo del 2025. Dalla dirigenza dell’AIPC si sottolinea come questi numeri rappresentino un chiaro segnale di ripresa per la produzione agricola nazionale, anche se sarà necessario attendere i prossimi cicli colturali per consolidare strutturalmente questo trend positivo.
Tuttavia, questo incremento nella disponibilità di materia prima non si è ancora riflesso pienamente sull’attività industriale di trasformazione. Nel primo semestre del 2026, la lavorazione complessiva si è attestata a 101.426 tonnellate, registrando una crescita contenuta di appena il 3,6% rispetto all’anno precedente. Un volume che rimane inferiore del 19,8% se confrontato con i livelli dello stesso periodo del 2023, prima che iniziasse la fase di scarsità di cacao sul mercato. Secondo l’associazione di categoria, questa discrepanza tra la forte crescita degli arrivi e la timida ripresa della macinazione dimostra che la maggiore offerta di fave non si è ancora tradotta in un reale rilancio della domanda di derivati del cacao. Dal punto di vista industriale, l’aumento della produzione agricola rappresenta solo il primo passo, poiché il vero rafforzamento della filiera si realizza quando la materia prima viene trasformata in prodotti a maggior valore aggiunto.
Sul fronte del commercio estero, l’aumento dei raccolti interni ha drasticamente ridotto la dipendenza dalle importazioni. Nella prima metà dell’anno, il Brasile ha importato soltanto 18,1 tonnellate di fave di cacao, con un calo del 57,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Tra aprile e giugno, inoltre, per la prima volta negli ultimi quattro anni, non è stato necessario importare alcun carico di materia prima dall’estero. Dall’AIPC si precisa, tuttavia, che questo traguardo è il risultato combinato del miglioramento della produzione locale e di un ritmo di consumo industriale ancora moderato, e non va quindi interpretato come il raggiungimento di una definitiva autosufficienza.
Le esportazioni di derivati hanno invece deluso le aspettative, con spedizioni che nel primo semestre si sono fermate a 26.739 tonnellate, registrando una contrazione del 7% su base annua. L’Argentina si è confermata il partner commerciale di riferimento per l’industria brasiliana, assorbendo il 45% dei volumi esportati, seguita dagli Stati Uniti con il 19% e dal Cile con il 9%. A livello geografico interno, lo Stato di Bahia si è confermato leader assoluto nella fornitura di materia prima all’industria nazionale, coprendo il 56,8% dei consumi interni, mentre lo Stato di Pará ha visto salire la propria quota al 38,8%, consolidando l’espansione produttiva della regione settentrionale.
In chiave globale, l’andamento del mercato risente di dinamiche simili. Gli analisti evidenziano come il progressivo recupero dell’offerta mondiale stia esercitando una pressione al ribasso sui listini internazionali. Ciononostante, le prospettive per la stagione di raccolto 2026/2027 rimangono fortemente condizionate dalle incertezze meteorologiche. Il timore di un possibile ritorno del fenomeno climatico El Niño continua infatti a mantenere un premio di rischio sui prezzi del cacao, a causa dei potenziali effetti negativi sulla produzione nei principali bacini dell’Africa occidentale.