Tra l’incudine dei tassi d’interesse elevati e il martello delle strategie attendiste dei produttori brasiliani, i magazzini del Vecchio Continente si stanno svuotando, portando le riserve di caffè ai minimi degli ultimi due anni. Nei primi due mesi del 2026, le giacenze di caffè verde presso i principali hub portuali hanno registrato una contrazione verticale, toccando il livello più basso da marzo 2024. Secondo i dati della European Coffee Federation (ECF), le scorte totali sono scivolate dalle 458.801 tonnellate di fine dicembre 2025 alle 408.152 tonnellate registrate al 28 febbraio 2026.
Il fenomeno ha colpito indistintamente tutte le varietà, riflettendo una riduzione generalizzata delle importazioni nette nel blocco europeo. Al 28 febbraio 2026, la ripartizione delle scorte portuali evidenzia 150.126 tonnellate di Robusta, 127.113 tonnellate di Natural Arabica e 130.913 tonnellate di Washed Arabica. Il totale complessivo di 408.152 tonnellate rappresenta una flessione di oltre 33.171 tonnellate nel solo mese di febbraio.
Il calo delle giacenze è riconducibile a un mix di fattori strutturali e finanziari. Da un lato, i tassi di interesse ancora alti e un mercato dei futures invertito — dove i contratti a breve termine risultano più onerosi di quelli a lungo termine — scoraggiano le aziende dal mantenere volumi elevati di magazzino nei paesi di destinazione. Dall’altro, nei paesi d’origine prevale una logica di prudenza: in Brasile, i coltivatori stanno trattenendo quote maggiori del raccolto 2025/26, rallentando il flusso delle esportazioni verso l’Europa. A complicare il quadro si aggiungono le tensioni geopolitiche e il conflitto tra Stati Uniti e Iran, che continua a strozzare la logistica internazionale.
Parallelamente alle difficoltà di approvvigionamento, si osserva un indebolimento del consumo nel blocco europeo. Il consumo apparente tra ottobre e febbraio della campagna 2025/26 si è fermato a 17,1 milioni di sacchi, un dato inferiore ai 17,4 milioni dello scorso anno e decisamente lontano dalla media decennale di 18,6 milioni. L’inflazione e l’impennata dei prezzi al dettaglio dal 2024 hanno reso i consumatori europei estremamente guardinghi. Sebbene le aziende registrino una crescita nominale dei ricavi, i volumi di vendita reali sono in calo, complici le difficili trattative con la grande distribuzione e la minore fiducia delle famiglie, colpite anche dal caro energia.
Il mercato punta ora le sue fiches sul Brasile, dove le previsioni indicano un possibile raccolto record per la stagione 2026/27. Questo scenario potrebbe contribuire a raffreddare i prezzi e a ridare ossigeno alla domanda europea, a patto che la logistica globale consenta un afflusso rapido del prodotto sul mercato. Fino ad allora, il settore dovrà monitorare con estrema attenzione i principali hub come Anversa, Amburgo, Le Havre, Barcellona, Trieste, Genova, Napoli e Tallin, che restano i termometri critici per la tenuta della filiera.


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