Il mercato globale del caffè attraversa una fase di forte volatilità, segnata dal netto contrasto tra le previsioni di una produzione brasiliana senza precedenti e le gravi interruzioni della logistica marittima. Mentre le stime sui raccolti spingono i prezzi dei futures verso il basso, le criticità nello scacchiere geopolitico mantengono elevati i costi di importazione.
Le ultime analisi di settore, confermate dai dati StoneX e dai ricercatori del Cepea, delineano uno scenario di estrema abbondanza per il Brasile. Per la stagione 2026/27, la produzione è stimata alla cifra record di 75,3 milioni di sacchi, con un incremento del 20,8% rispetto all’annata precedente. A trainare questa crescita è soprattutto la varietà Arabica, che dovrebbe toccare i 50,2 milioni di sacchi, con un balzo del 37,5% su base annua. Anche la varietà Robusta, nonostante una lieve flessione rispetto ai picchi del 2025, si manterrà su livelli storicamente elevati con 25,1 milioni di sacchi. Questo ottimismo trova conferma nelle condizioni meteorologiche favorevoli: nel Minas Gerais, cuore produttivo dell’Arabica, le precipitazioni recenti hanno superato del 39% la media storica e hanno favorito la maturazione dei chicchi.
Sulle piazze internazionali, i prezzi riflettono questa pressione produttiva. Le scorte monitorate dall’ICE hanno raggiunto i massimi degli ultimi sei mesi e si sono attestate a 585.621 sacchi. Tuttavia, l’andamento delle quotazioni rimane polarizzato. L’Arabica ha chiuso mercoledì in ribasso dello 0,63%, con l’indicatore Cepea che fissa il prezzo a circa 334,18 dollari per sacco. Al contrario, la riduzione delle scorte di Robusta, scese ai minimi degli ultimi due mesi, ha innescato operazioni di copertura che hanno portato il prezzo a circa 171,60 dollari per sacco, con un rialzo dell’1,47%.
Nonostante il calo dei futures, gli analisti avvertono che i torrefattori beneficeranno di una riduzione dei costi solo a partire dall’inizio del 2027. Il settore permane in uno stato di stress finanziario, poiché i forti rincari subiti lo scorso anno sono stati trasferiti solo in minima parte sui listini al consumo.
A bilanciare l’effetto ribassista dei raccolti record interviene la crisi logistica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto i flussi del trasporto marittimo globale e ha provocato un’impennata delle tariffe di spedizione, dei costi assicurativi e del carburante. Per gli importatori e i torrefattori, questi oneri logistici agiscono come un freno alla discesa dei prezzi e mantengono alta la pressione sull’intera filiera nonostante l’ottima disponibilità di materia prima proveniente dal Sudamerica.


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