In un mercato globale segnato da un’estrema volatilità, l’industria del caffè vietnamita sta dimostrando una resilienza fuori dal comune. Nonostante il calo dei prezzi internazionali e le crescenti tensioni geopolitiche, il Vietnam ha aperto il 2026 con risultati record, consolidando la sua posizione come secondo pilastro dell’agricoltura nazionale dopo il settore del legno.
Nei primi 45 giorni dell’anno, il Dipartimento delle Dogane ha registrato l’esportazione di 330.000 tonnellate di chicchi, per un valore complessivo di 1,53 miliardi di dollari. Questo successo arriva dopo anni di incertezza e prezzi imprevedibili che hanno messo a dura prova la tenuta delle aziende esportatrici. La strategia vietnamita sembra aver pagato: oltre a mantenere salde le proprie quote di mercato in Europa (con Germania, Spagna e Italia in prima fila), il Paese ha espanso i propri orizzonti verso la Corea del Sud e la Cina, dove le esportazioni sono aumentate del 150% rispetto allo scorso anno.
Tuttavia, il quadro economico generale rimane complesso. I prezzi dei futures sulle borse di New York e Londra hanno subito una netta correzione rispetto ai picchi del 2025. L’Arabica è scesa del 23% e la Robusta del 6%, allontanando il prezzo interno vietnamita dalla soglia psicologica dei 120 milioni di VND per tonnellata. Questo calo è alimentato dalle previsioni di un’offerta abbondante: il Brasile stima un raccolto record superiore ai 66 milioni di sacchi, mentre anche l’associazione dei produttori vietnamiti prevede un incremento della produzione del 10%.
A complicare ulteriormente i piani degli esportatori concorrono due variabili esterne: la politica tariffaria degli Stati Uniti e la crisi in Medio Oriente. Washington ha recentemente generato incertezza annunciando nuove imposte sulle importazioni, che potrebbero oscillare tra il 10% e il 15%, dopo un confuso balletto normativo che aveva visto prima l’imposizione di dazi punitivi e poi il loro smantellamento. Questa instabilità amministrativa rappresenta un ostacolo significativo per il flusso di caffè verso il mercato americano, che assorbe annualmente oltre 1,3 milioni di tonnellate di prodotto.
Sul fronte geopolitico, l’escalation militare in Medio Oriente tra l’Iran e l’asse composto da Israele e Stati Uniti sta scuotendo una regione che rappresenta un mercato di sbocco in forte crescita. Gli operatori temono che un eventuale collasso della catena di approvvigionamento a causa del conflitto possa ribaltare l’attuale equilibrio tra domanda e offerta, riportando i prezzi su livelli critici.
Per le aziende del settore, i restanti dieci mesi del 2026 si preannunciano come una prova di forza. Sebbene l’abbondanza di prodotto spinga i prezzi verso il basso, l’instabilità delle rotte commerciali e l’incertezza fiscale rendono ogni transazione un rischio calcolato. Come suggerisce un antico proverbio riadattato per l’occasione: se il fuoco mette alla prova l’oro, le difficoltà di quest’anno metteranno alla prova la resistenza dell’oro nero vietnamita.


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